domenica 15 settembre 2013

Gli Orsanti, artisti girovaghi della Valtaro




Spesso, nelle Alte Valli del Taro e del Ceno, si sente parlare di artisti girovaghi chiamati Orsanti. Gli Orsanti, ma tutti i girovaghi valtaresi in generale, erano in origine semplici contadini, che impararono, non si sa bene né quando né come, ad addestrare animali per farli lavorare negli spettacoli. Così, vagavano per l'Italia e all'estero con orsi, scimmie e cammelli ammaestrati. E' fenomeno antico, che raggiunge però il suo apice nell'Ottocento. Gli orsanti si presentano in genere organizzati in piccoli gruppi, detti
compagnie. Spesso si tratta di poche persone, provenienti dallo stesso paese o da frazioni limitrofe. Molti sono originari del paesino di Cavignaga, vicino a Bedonia (PR).
Si ha notizia di compagnie a conduzione “famigliare” o composte esclusivamente da persone legate da legami di parentela. La compagnia comprendeva anche, ovviamente, un certo numero di animali, tutti ammaestrati e idonei allo spettacolo. Non bisogna pensare, tuttavia, che le compagnie si mantenessero solo con i proventi ricavati dall’esibizione dei propri animali. Ci sono testimonianze che attestano che, mentre alcuni curavano queste esibizioni, altri, magari occasionalmente, “vendevano bottoni, filo da cucire, saponette, polvere di inchiostro, pettini ed immaginette sacre”. Svolgevano, cioè, anche il mestiere del mersà (del merciaio). Ma torniamo alla compagnia e agli animali che la componevano. Questi potevano essere i più vari.
Si andava dagli animali più comuni, come i cani, le capre e i cavalli, tutti però addestrati a compiere giochi di abilità, fino alle scimmie, gli orsi, i cammelli. Costruire una compagnia non era cosa semplice. L’acquisto degli animali, in particolare dell’orso, richiedeva un elevato esborso di denaro. L’addestramento dell’animale poteva durare a lungo e non sempre andava a buon fine, specie se l’animale era di indole ribelle. Una volta costituita una compagnia, gli Orsanti percorrevano l’Europa su uno o più carri. L’ingresso in una nuova città era preceduto da un banditore, membro della compagnia, che ne preannunciava l’arrivo. Questi attirava l’attenzione suonando un tamburo e esprimendosi in un linguaggio che fosse il più possibile comprensibile al popolo. E' probabile che, abituati a viaggiare, i girovaghi valtaresi fossero praticamente “poliglotti”. Per quanto riguarda le mete preferite dei nostri girovaghi, possiamo ricordare la Francia, la Germania, l’impero austro-ungarico, ma anche l’Africa settentrionale, il Medio-oriente, la Russia. Dovunque essi giungevano, comunque, venivano accolti festosamente. I loro spettacoli riscuotevano grande successo.
È difficile descrivere uno spettacolo-tipo. Comunque, tra i “numeri” più famosi, e di sicuro effetto, vi era, ad esempio, il ballo dell’orso. L’orso, le cui fauci erano prudentemente serrate con una museruola, veniva condotto in scena da un ammaestratore, e lì avanzava reggendosi sulle zampe posteriori ed appoggiandosi ad un bastone. Al suono di una musica particolare, poi, ballava goffamente, saltellando sulle zampe e scuotendo un tamburello o dei campanelli. Un altro “numero” molto applaudito era la lotta con l’orso. L’abilità dell’uomo stava nel soccombere, in apparenza, agli assalti del plantigrade, prima di sconfiggerlo alla fine di un’aspra contesa. Lo spettacolo, ovviamente, era rigorosamente “truccato”: per sconfiggere l’orso, infatti, bastava solleticarlo in alcuni punti sensibili del corpo. L’orso era senza dubbio la principale, ma non certo l’unica, attrattiva dello spettacolo. Si potevano ammirare anche animali “matematici”, cavalli “astrologi”. C’era, infatti, il cavallo che sapeva contare con lo zoccolo anteriore, o sapeva riconoscere, tra i presenti, “il maggior bevitore, il capo del villaggio, la donna più bella”; la capra agilissima che saltava a quattro zampe sul collo di una damigiana. I cani e le scimmiette, “vestiti con divise dai colori vivaci e dai bottoni d’oro, oppure con tutù e cappellini alla moda” svolgevano altri giochi. Il cammello fa arrampicare i ragazzi e fa fare loro un giro della piazza. Al termine dello spettacolo i domatori facevano passare “un bambino o un cane con in bocca un piattino a raccogliere le offerte”.

Col passare degli anni, alcuni conduttori di compagnie, i più audaci, i più coraggiosi, ampliarono i loro gruppi, acquistando un sempre maggior numero di animali e coinvolgendo molte altre persone, fino a costituire dei veri e propri circhi equestri. I più famosi della zona di Bedonia furono i circhi gestiti dalle famiglie Cappellini, Volpi, Chiappari e Bernabò.
                                                                                                       Massimo Beccarelli


Le notizie riportate in questo articolo sono in larga parte tratte dal libro “Con arte e con inganno. L'emigrazione girovaga nell'Appennino ligure-emiliano” di Marco Porcella (Genova, Sagep, 1998).
Chi fosse interessato, può leggere anche il libro "Orsanti" di Arturo Curà (http://www.booksprintedizioni.it/libro/Racconto/orsanti)
 oppure visitare il "Museo degli Orsanti" che si trova a Compiano (PR)   ()

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