martedì 17 settembre 2013

Orsanti: Dal successo dei circhi equestri al declino...

 Mario Previ, La partenza degli orsanti, olio sotto vetro, cm. 60x40


Nel precedente articolo abbiamo parlato degli Orsanti e delle caratteristiche dei loro spettacoli. Voglio ora raccontare come, col passare degli anni, alcuni conduttori di compagnie, i più audaci, i più coraggiosi, ampliarono i loro gruppi, acquistando un sempre maggior numero di animali e coinvolgendo molte altre persone, fino a costituire dei veri e propri circhi equestri. I più famosi della zona di Bedonia (PR) furono i circhi gestiti dalle famiglie Cappellini, Volpi, Chiappari e Bernabò.
Antonio Cappellini, attivo in Spagna, cessa l’attività alla fine dell’ottocento e Giovanni Volpi, attivo in Inghilterra, liquida il proprio circo prima del 1910. Un altro circo bedoniese era quello di proprietà di un certo Chiappari, a tutti noto col soprannome di “Balletto” (castagna cotta). Un aneddoto, legato al Chiappari, è rimasto famoso in alta Val Taro. Mentre costui si trovava in Russia, una magnifica muta di cani levrieri, di proprietà dello Zar, si ammalò e non voleva più mangiare nulla: ”Balletto” interpellato come esperto veterinario, acconsentì a guarirli e in capo ad una settimana li presentò allo Zar sani e ubbidienti, tanto che coglievano al volo divorandole anche le cipolle che a loro venivano lanciate. La cura era stata fatta con un salutare digiuno di sola acqua e una disinfezione generale “interna ed esterna” a base di zolfo.
Ancora più importante di quella di Cappellini, Volpi e Chiappari, fu l’attività della famiglia Bernabò.
I Bernabò, prima con Paolo di Giuseppe e soprattutto con il Cavaliere Antonio, detto Bin, girarono le città di mezza Europa, da Atene alla Spagna, dalla Tunisia all’Algeria. Nel 1844, ad esempio, Paolo di Giuseppe partecipò alle celebrazioni per la Costituzione greca.
Il massimo della carriera lo raggiunse però Antonio Bernabò che era arrivato a possedere un circo con 80 animali, 50 dipendenti, acrobati, ballerine. In quegli anni, sul finire dell’ottocento, dava spettacoli in tutta Europa, specialmente nei Balcani e nella Russia meridionale. Una raccolta di manifesti d’epoca testimoniano la sua presenza a Parigi per l’Expo Universelle, a Mosca ospite degli Zar.

A Costantinopoli dette uno stupendo spettacolo alla corte del Sultano che ne rimase entusiasta, e gli comprò seduta stante tutto il circo, non prima di averlo premiato con la nomina a Cavaliere e con una vistosa medaglia ricordo. L’epopea dei circhi dei Bernabò non era però ancora destinata a concludersi. Troppo grande era la passione per quel mestiere girovago: Con i soldi ricavati, Antonio comprò un altro circo più grande, continuando a dare spettacoli fino allo scoppio della prima guerra mondiale, che lo sorprese mentre si trovava a Sarajevo. Fu costretto a vendere tutto e a tornare in patria.. Allo scoppio della prima guerra mondiale, infatti, il fenomeno dell’emigrazione girovaga si avviò ad un triste e rapido declino. Anche i proprietari dei circhi più grandi furono costretti ad arrendersi. Molti interruppero l'attività sperando di riprenderla in tempi migliori, che però non vennero più.
Peraltro i tempi erano cambiati, l’epoca d’oro degli Orsanti era ormai un ricordo. Altri divertimenti, come il Cinema, da poco nato, attiravano le folle, e gli spettacoli dei nostri girovaghi interessavano sempre meno.
Ciò non significa che il fenomeno degli Orsanti fosse del tutto concluso. Va ricordato, a questo proposito, il caso di Giuseppe Granelli detto “Bossetta” o anche “mangiau dall’orso”, perché aveva il corpo segnato da vecchie cicatrici. Costui ancora nel 1940 girava con un orso spelacchiato, un cavallo ammaestrato che tirava il carro, una scimmia e alcuni cani sapienti e mentre la moglie si occupava di offerte, lui, “il domatore”, faceva esibire il suo mini-zoo sulla pubblica piazza intervallando il tutto con marcettine di armonica-musette. Erano gli ultimi bagliori di un fuoco ormai spento da tempo.
                                                                                    Massimo Beccarelli


Le notizie riportate sono tratte dai libri di Giuliano Mortali, “Dizionario storico dei cognomi dell'alta valtaro e valceno” (2005), di Ferruccio Ferrari “Mito, tradizione e storia. Alta valtaro e valceno” (Tipolitografia Benedettina, Parma, 1983), di Marco Porcella "Con arte e con inganno" (Genova, Sagep, 1998) e di Mortali-Truffelli “Per procacciarsi il vitto.L’emigrazione dalle valli del Taro e del Ceno dall’ancien règime al Regno d’Italia" (http://www.diabasis.it/catalogo/collane/parma-e-il-suo-territorio/per-procacciarsi-il-vitto)


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