lunedì 27 agosto 2018

Un'intervista in cui parlo del Premio letterario "La Quara"





Due giorni fa si è tenuta la cerimonia conclusiva della 5^ edizione del premio letterario "La Quara". Un premio di cui sono stato l'ideatore nel 2014. Nei prossimi giorni vi fornirò un resoconto più dettagliato del pomeriggio del 25 agosto, ma oggi vi voglio proporre il link a un'intervista che mi è stata chiesta dal blog del premio. 
Poche, significative domande per ricordare come tutto è iniziato, i successi di questi anni e le prospettive per il futuro. Rispondere mi ha riportato alla mente, in una rapida carrellata, tanti piccoli e grandi episodi di questi anni, dall'idea originaria, accolta con grande entusiasmo da tutti, alle difficoltà nel reperire i primi sponsor. Cinque anni che sono volati, con un unico comun denominatore, la passione determinante e bruciante per la cultura e la lettura, che ci hanno portato fino a qui. Ma ora, lasciamo spazio all'intervista che potete leggere integralmente cliccando qui sotto:

giovedì 23 agosto 2018

Sulle tracce di Ettore Petrolini, grande attore dei primi del '900


In questi giorni di fine agosto, mettendo ordine nella libreria di casa (impresa titanica, che non concludo mai!) mi è venuto tra le mani un libricino della vecchia serie "100 pagine - 1000 lire" della Newton Compton dedicato al grande attore Ettore Petrolini: "Macchiette, lazzi, colmi e parodie".
Il ritrovamento del libricino, acquistato ai tempi dell'Università, è stato l'occasione per rileggerne i contenuti e, visto che mi sono accorto di conoscere poco Petrolini, per cercare di approfondirne l'opera. Adorato dal pubblico dei suoi tempi, come spesso accade, oggi è quasi dimenticato, anche se sono moltissimi gli attori che lo citano tuttora, mettendo in scena alcuni dei suoi personaggi più grandi. A mo' d'esempio, basti citare Gigi Proietti che, anche nel recente programma televisivo "Cavalli di battaglia", ha dimostrato quanto si ispiri all'opera di Petrolini.
Ettore Petrolini, nato a Roma nel 1884, è stato il maggiore esponente di quella forma di Teatro, considerata di minor rilievo, che era il cosiddetto teatro di varietà o avanspettacolo. Adolescente ribelle, fu rinchiuso in riformatorio dai famigliari che speravano di placarne il carattere. Dopo questa dura esperienza, già a 15 anni lasciava la casa paterna per dedicarsi al teatro. Si esibirà al Gambrinus e al Morfeo di Roma, ma sarà l'incontro con Ines Colapietro, destinata a diventare la sua compagna, a spingerlo al primo vero successo della sua carriera, ossia la nascita della coppia Loris-Petrolini. Ettore aveva solo 20 anni.
In quegli anni la coppia si esibirà persino in Sudamerica: Argentina, Brasile e Uruguay.
Ben presto l'arte di Petrolini si rivelerà nella creazione di macchiette irresistibili: Oh Margherita, parodia del Faust, Giggi er bullo, Fortunello, che riscosse l'entusiasmo addirittura dei Futuristi. Ma il personaggio che più ha caratterizzato Petrolini è stato quello di Gastone, presa in giro dei decadenti divi del cinema muto, che è stato ripreso negli anni anche da Alberto Sordi e Gigi Proietti.




Ma Petrolini non fu solo questo, visto che fu anche poeta surreale, grande conoscitore e deformatore della lingua italiana. Eccone alcuni esempi:

Ti à piaciato?

Petrolini è quella cosa
che ti burla in ton garbato,
poi ti dice: ti à piaciato?
se ti offendi se ne freg.

I salamini

Ho comprato i salamini e me ne vanto
se qualcuno ci patisce che io canto
è inutile sparlar
è inutile ridir
sono un bel giovanottin

sono un augellin...

E come non citare le sue canzoni? Basti pensare a Tanto pe' cantà, famosissima anche oggi, soprattutto dopo l'interpretazione di Nino Manfredi. Senza dimenticare che fu colui che, onorato da Benito Mussolini di una medaglia, ringraziò con uno sbeffeggiante "E io me ne fregio" (scoperta parodia del motto fascista "E io me ne frego"). 
Spero di avervi invogliato a conoscere meglio Petrolini. Ne vale la pena! A presto!


martedì 21 agosto 2018

I grandi incipit della letteratura: Cent'anni di solitudine di G. García Márquez



Voglio riprendere oggi, cari lettori, la tradizionale rubrica del "Lettore di provincia" dedicata ai grandi incipit della letteratura. Lo spirito della rubrica è sempre lo stesso, quello di proporre le prime battute di un capolavoro della letteratura mondiale che, per diverse ragioni, ha entusiasmato i lettori attraverso le generazioni. Classici tra i classici, che molti di voi avranno già letto integralmente, ma che fa sempre piacere riprendere in mano. Un invito alla lettura caloroso, invece, per chi ancora non ha avuto l'occasione di sfogliarli.
Oggi vi propongo "Cent'anni di solitudine" di G. García Márquez. Pubblicato nel 1967, scritto nell'arco di 18 mesi, ma meditato per 15 anni, è un libro complesso, ma con i tratti tipici del capolavoro. Un linguaggio portentoso e un'invidiabile fantasia sostengono Márquez nella creazione della città di Macondo, vero paradigma della solitudine, che vive e cresce avvinghiata alle vicende della famiglia Buendìa e, in particolare, a quelle del colonnello Aureliano, figura epica e tragica al tempo stesso. 
Spero di avervi invogliato alla lettura. 
A presto per altri #ClassicidaLeggere!


Cent'anni di solitudine

Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendia si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era cosí recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni, verso il mese di marzo, una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia. 
Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi e perfino gli oggetti perduti da molto tempo ricomparivano dove pur erano stati lungamente cercati, e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades. “Le cose hanno vita propria”, proclamava lo zingaro con aspro accento, “si tratta soltanto di risvegliargli l'anima”.




lunedì 20 agosto 2018

Coriandoli di storia, tradizioni, leggende, su Facebook



Tra i libri letti nel corso di quest'estate, uno mi ha colpito particolarmente, visto che raccoglie frammenti e briciole di storia del mio paese, Borgo Val di Taro (PR). Si tratta di tanti brevi interventi che l'autore, Giacomo Bernardi, ha pubblicato su Facebook, in particolare nel gruppo dell'Associazione Ricerche Storiche Valtaresi "A. Emmanueli", di cui è presidente. Storie, leggende, tradizioni del passato, personaggi e caricature corredano un volume che merita di essere letto, anche perchè testimoniano la passione di un'associazione che, da oltre 40 anni, si batte per la difesa di queste tradizioni e di tutto quello che fa cultura in un territorio.
Se vi interessa leggere la recensione del libro "Coriandoli di... storia, tradizioni, leggende, attualità... sul web!", ne ho scritto sul mio blog "Letture Social" su L'Espresso.




Lil Miquela, influencer artificiale da 1 milione di follower





I social ci hanno abituato al trionfo dei cosiddetti influencer, personalità che, per varie ragioni, riescono ad orientare i gusti e gli interessi degli utenti. Ci sono casi famosissimi, come quello di Chiara Ferragni, che non ha bisogno di presentazioni, e che hanno costruito dei veri e propri imperi economici su questa loro capacità di gestione dei propri profili Instagram, Facebook ecc.

Cose note a tutti, o quasi, e non ci avrei certo dedicato un post, se non fosse che ci sono casi interessanti e alternativi di essere influencer. E' il caso di Lil Miquela che, all'apparenza, sembra una comunissima adolescente latina appassionata di social network. Non è proprio così, visto che si tratta di una creatura completamente virtuale. Se l'argomento vi interessa, potete leggere quello che ho scritto sul mio blog "Letture Social" su L'Espresso. Cliccate qui per leggere. Buona lettura!

La Verità sul Codice Da Vinci

Bart D. Ehrman, illustre storico americano, ci aiuta a svelare i segreti del libro                                                               


Forse sarà capitato anche a voi, e allora mi capirete al volo, ma spesso per me i giorni di fine estate sono quelli in cui, dopo le dovute vacanze, pian piano mi preparo a rimettermi all'opera e lo faccio spesso mettendo ordine nei cassetti della scrivania e... del computer.
E così, facendo pulizia tra le mail e le cartelle, capita che saltino fuori pezzi scritti tempo fa che, per qualche ragione, non ho mai pubblicato sul blog e sono stati letti solo dai lettori di qualche giornale locale. Talvolta si tratta di argomenti di carattere strettamente contingente che, a distanza di tempo, risulterebbero indigesti, altre volte invece si tratta di recensioni o commenti a libri che, per diverse ragioni, possono risultare ancora interessanti. E' il caso di questa recensione al libro di Bart D. Ehrman "La verità sul Codice da Vinci", che vi propongo oggi. Inutile dire che il libro di Dan Brown ha suscitato e suscita sempre tanti interrogativi, anche perchè la figura di Leonardo da Vinci è una fonte inesauribile di sorprese. Vi avverto fin da subito che la posizione dello studioso è quella di smontare pezzo per pezzo quanto emerge dal romanzo per cui, se la cosa non vi aggrada, sospendete da subito la lettura. Se siete curiosi e amate la ricerca storica, proseguite! A presto amici!



Il libro ha venduto milioni di copie in tutto il mondo; il film ne ha successivamente riproposto i contenuti, accrescendone il successo. Si tratta del Codice da Vinci di Dan Brown. Un romanzo senza dubbio ben congegnato, che va a solleticare la fantasia del lettore: un assassinio, un omicida in libertà, un presunto mistero tenuto celato dalla chiesa, una serie di “verità” sconvolgenti che emergono dalle nebbie della storia.

Come avrete capito, non è mia intenzione discutere il valore letterario del libro. In quanto opera di narrativa, di genere thriller, ha appassionato milioni di lettori in tutto il mondo. I problemi sorgono quando si va ad analizzarne i contenuti. Il lettore, ed in particolare il lettore cattolico, non può non porsi una serie di interrogativi. È vero, per esempio, che l’imperatore Costantino fece distruggere molti vangeli che contenevano verità scomode per la chiesa cristiana dell’epoca? Cosa rivelano i famosi manoscritti del Mar Morto e i rotoli di Nag Hammadi? Cosa c’è di vero in quello che l’autore dice a proposito di Gesù e Maria Maddalena? 

Per fare un po’ di chiarezza sull’argomento, un illustre storico americano, Bart D. Ehrman, docente di Studi religiosi presso l’Università del North Carolina ed esperto di storia del Cristianesimo primitivo, ha pubblicato un interessante volumetto intitolato La Verità sul Codice Da Vinci. In questo articolo cercheremo di seguire da vicino le sue tesi, che ci sembrano molto interessanti.

“In che misura”, si chiede Ehrman, “la parte storica del romanzo è basata sui fatti e quanto sulla fantasia? Quanto c’è di vero nel Codice Da Vinci?” (Bart Ehrman, La Verità sul Codice Da Vinci, Milano, I Miti Mondadori, 2006, p.10).
Nelle pagine del suo saggio, lo studioso mostra come molte delle affermazioni contenute nel libro non siano storicamente verificabili e corrispondano, per usare le sue parole, a veri e propri “errori fattuali”. In vari punti del Codice, secondo la sua analisi, l’autore travisa la realtà storica dei fatti. Ecco qualche esempio.
Sir Leigh Teabing, un personaggio del romanzo, afferma che l’imperatore Costantino fece convocare un grande concilio ecumenico a Nicea, nel 325 d.c., nel corso del quale si discussero molte importanti questioni teologiche, tra cui la divinità di Gesù. Fino a quel momento, a suo dire, Gesù era considerato un semplice profeta, un uomo grande e potente, ma pur sempre un uomo. Secondo Teabing, in quella occasione i vescovi della cristianità votarono proprio per decidere se Gesù dovesse essere ritenuto divino o mortale. Secondo la sua tesi, la divinità di Gesù fu sancita solo dopo aspre discussioni, e con una maggioranza molto ristretta. Esistevano, tuttavia, molti vangeli, e molti resoconti sulla vita di Gesù, che mostravano un Gesù troppo “umano”. Costantino avrebbe approvato solo i quattro vangeli canonici (Matteo, Marco, Luca, Giovanni), facendo distruggere tutti gli altri scritti. Per puro caso, tuttavia, alcuni manoscritti sarebbero sopravvissuti alla distruzione, per poi riemergere nel corso del nostro secolo, rivelando una sconvolgente verità. Queste, in breve, le argomentazioni di Teabing.
Ehrman le smonta pezzo per pezzo. Il Concilio di Nicea fu effettivamente convocato dall’imperatore Costantino, ma non per decidere se Gesù fosse divino o meno: “tutti i partecipanti […] concordavano già sulla divinità di Gesù, il Figlio di Dio” (op. cit., p.27). Casomai, “oggetto di dibattito era invece come interpretare tale divinità alla luce del fatto che Gesù era anche umano” (op. cit., p.27). Non è stato Costantino, peraltro, a stabilire quali vangeli considerare canonici, ed a sancire il canone del Nuovo Testamento: “la formazione del canone neotestamentario fu un processo lungo, iniziato secoli prima di Costantino e non completato fino a ben dopo la sua morte. E l’imperatore non ebbe voce in capitolo” (op. cit., p.35). La prima definizione certa del canone può essere datata solo alla fine del IV secolo d.c., cinquant’anni dopo la morte dell’imperatore, e si trova in una lettera di Sant’Atanasio, vescovo di Alessandria.
Quanto ai vangeli scartati, i cosiddetti vangeli apocrifi, che presenterebbero un Gesù più umano di quelli canonici, Ehrman osserva: “è tutto il contrario: sono i vangeli del Nuovo Testamento a dipingere un Gesù umano, mentre gli altri si spingono a rappresentazioni sovrumane” (op. cit., p.54).
Nel Codice Da Vinci, inoltre, si fa riferimento a due grandi scoperte archeologiche del ‘900, che a suo dire gettano nuova luce sull’uomo-Gesù: i Rotoli del Mar Morto e la cosiddetta biblioteca di Nag Hammadi. I Rotoli del Mar Morto, però, sono antichissimi documenti riguardanti l’ebraismo e “non contengono vangeli, né alcun documento che parli di Cristo o del cristianesimo” (op. cit., p.38). I documenti di Nag Hammadi sono cristiani e parlano di Gesù: “lungi però dal presentare un Gesù umano, questi documenti sono più interessati alle sue qualità divine”. (op. cit., p.54)
In un altro passo chiave del Codice, si afferma che Gesù era sposato con Maria Maddalena. Per sostenere questa tesi, nel libro viene citato un passo del Vangelo di Filippo, un vangelo apocrifo rinvenuto a Nag Hammadi, in cui si afferma che “La compagna del Salvatore è Maria Maddalena”. Si aggiunge, inoltre, che la parola “compagna”, in aramaico, significa letteralmente “moglie”. È proprio così? Sentiamo Ehrman: “Prima di tutto la parola non è aramaica […], è in realtà un prestito da un’altra lingua […] il greco. Come se non bastasse, poi, la parola originale greca (koinōnớs) in realtà non significa <<sposa>> […] bensì <<compagna>>, ed è comunemente usata per indicare rapporti di amicizia e fratellanza” (op. cit., p.136)
Questi sono solo alcuni esempi tratti dal volume di Ehrman, che ci invitano ad adottare un atteggiamento “critico” nei confronti di certe tesi, che vorrebbero sconvolgere le basi della nostra fede.
Ben più dura la posizione di Umberto Eco che, a proposito dell’autore del Codice Da Vinci, ha detto: “Dan Brown è un mestatore che diffonde false notizie, che si arricchisce con materiale di scarto” (La Repubblica, 20 maggio 2006).

giovedì 14 giugno 2018

Giovannino Guareschi e il carbone a Borgotaro. Ne parlo su Gazzetta di Parma



Curiosando su Google News mi sono imbattuto in un interessante raccontino di Giovannino Guareschi, autore famoso per il "Don Camillo" letterario, da cui sono stati tratti i famosi film con Gino Cervi e Fernadel. 
In questa occasione Guareschi parla nientemeno che del carbone che, secondo lui, dovrebbe trovarsi a Borgotaro. Che novità, direte voi. Quando si parla di Borgotaro, di solito, si parla di funghi. Come mai il carbone? E come asserire che sicuramente ci dovrebbe essere?
Se siete curiosi, a questo link potete leggere il pezzo.
A presto!

domenica 8 aprile 2018

I grandi incipit della letteratura: Pinocchio di Carlo Collodi



Cari amici del Lettore di Provincia, riprendiamo oggi con una nuova puntata dei "grandi incipit letterari". Una rubrica molto amata dai nostri lettori, e se ne comprendono facilmente le ragioni. Spesso fin dalle prime pagine di un libro si coglie la grandezza del volume che abbiamo tra le mani. Sono pagine che restano impresse nella memoria e formano il nostro bagaglio culturale.
Oggi vi voglio presentare l'incipit, famosissimo, di "Pinocchio" di Carlo Collodi. Uscito a Firenze nel 1883, il titolo completo del libro è "Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino". Ritenuto da sempre un classico della letteratura per ragazzi, nasconde molteplici interpretazioni ed è un'azzeccata metafora della condizione umana. Un libro da rileggere da adulti, senza dubbio. Spero che rileggerne l'incipit vi faccia venire questo desiderio. Io lo sto rileggendo in questi giorni!


Come andò che Maestro Ciliegia, falegname,
trovò un pezzo di legno, che piangeva e rideva come un bambino.

— C’era una volta... — Un re! — diranno subito i miei piccoli lettori. — No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno. Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo da catasta, di quelli che d’inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e per riscaldare le stanze. Non so come andasse, ma il fatto gli è che un bel giorno questo pezzo di legno capitò nella bottega di un vecchio falegname, il quale aveva nome Mastr’Antonio, se non che tutti lo chiamavano maestro Ciliegia, per via della punta del suo naso, che era sempre lustra e paonazza, come una ciliegia matura. Appena maestro Ciliegia ebbe visto quel pezzo di legno, si rallegrò tutto; e dandosi una fregatina di mani per la contentezza, borbottò a mezza voce: — Questo legno è capitato a tempo; voglio servirmene per fare una gamba di tavolino. — Detto fatto, prese subito l’ascia arrotata per cominciare a levargli la scorza e a digrossarlo; ma quando fu lì per lasciare andare la prima asciata, rimase col braccio sospeso in aria, perché sentì una vocina sottile sottile, che disse raccomandandosi: — Non mi picchiar tanto forte! — Figuratevi come rimase quel buon vecchio di maestro Ciliegia! Girò gli occhi smarriti intorno alla stanza per vedere di dove mai poteva essere uscita quella vocina, e non vide nessuno! Guardò sotto il banco, e nessuno; guardò dentro un armadio che stava sempre chiuso, e nessuno; guardò nel corbello dei trucioli e della segatura, e nessuno; aprì l’uscio di bottega per dare un’occhiata anche sulla strada, e nessuno. O dunque?... — Ho capito; — disse allora ridendo e grattandosi la parrucca — si vede che quella vocina me la son figurata io. Rimettiamoci a lavorare. — E ripresa l’ascia in mano, tirò giù un solennissimo colpo sul pezzo di legno. — Ohi! tu m’hai fatto male! — gridò rammaricandosi la solita vocina. Questa volta maestro Ciliegia restò di stucco, cogli occhi fuori del capo per la paura, colla bocca spalancata e colla lingua giù ciondoloni fino al mento, come un mascherone da fontana. Appena riebbe l’uso della parola, cominciò a dire tremando e balbettando dallo spavento: — Ma di dove sarà uscita questa vocina che ha detto ohi?... Eppure qui non c’è anima viva. Che sia per caso questo pezzo di legno che abbia imparato a piangere e a lamentarsi come un bambino? Io non lo posso credere. Questo legno eccolo qui; è un pezzo di legno da caminetto, come tutti gli altri, e a buttarlo sul fuoco, c’è da far bollire una pentola di fagioli... O dunque? Che ci sia nascosto dentro qualcuno? Se c’è nascosto qualcuno, tanto peggio per lui. Ora l’accomodo io! — E così dicendo, agguantò con tutte e due le mani quel povero pezzo di legno, e si pose a sbatacchiarlo senza carità contro le pareti della stanza. Poi si messe in ascolto, per sentire se c’era qualche vocina che si lamentasse. Aspettò due minuti, e nulla; cinque minuti, e nulla; dieci minuti, e nulla! — Ho capito; — disse allora sforzandosi di ridere e arruffandosi la parrucca — si vede che quella vocina che ha detto ohi, me la son figurata io! Rimettiamoci a lavorare. — E perché gli era entrata addosso una gran paura, si provò a canterellare per farsi un po’ di coraggio. 

Intanto, posata da una parte l’ascia, prese in mano la pialla, per piallare e tirare a pulimento il pezzo di legno; ma nel mentre che lo piallava in su e in giù, sentì la solita vocina che gli disse ridendo:
— Smetti! tu mi fai il pizzicorino sul corpo! — Questa volta il povero maestro Ciliegia cadde giù come fulminato. Quando riaprì gli occhi, si trovò seduto per terra. Il suo viso pareva trasfigurito, e perfino la punta del naso, di paonazza come era quasi sempre, gli era diventata turchina dalla gran paura.

giovedì 29 marzo 2018

Curiosità storiche: La Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina

La figura importante, eppure poco nota, di Olympe de Gouges 






Tutti conoscono la “Dichiarazione dei Diritti dell'uomo e del cittadino” (26 agosto 1789), uno degli elementi fondamentali e caratterizzanti del percorso della Rivoluzione Francese. Una dichiarazione di carattere universale, che fa riferimento a diritti che spettano ad ogni cittadino francese, sì, ma anche ad ogni uomo in generale. Uno scritto che si ispirava alla Dichiarazione d'indipendenza degli Stati uniti d'America e che fissava principi basilari e ancora oggi imprescindibili.
All'art. 1, ad esempio, si affermava che gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei loro diritti. All'art. 2, invece, si chiariva che i diritti naturali dell'uomo sono la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all'oppressione.
Di fronte a questo progressivo affermarsi dell'uguaglianza dei diritti, nella Francia rivoluzionaria, anche le donne manifestarono sempre più il desiderio di essere parte integrante della rivoluzione. E un ruolo fondamentale, a modo loro, le donne lo ebbero. Si pensi alla famosa marcia delle donne su Versailles, sempre del 1789, che contribuì, con l'apporto anche della Guardia nazionale, a convincere re Luigi XVI a tornare a Parigi, oltre ad approvare i famosi decreti del 4 agosto.
Tuttavia, anche se assistevano alla sedute dell'Assemblea e ai discorsi pubblici, le donne non potevano votare, né fare parte delle Istituzioni. In sostanza, alla fin fine, non trassero alcun vantaggio evidente e tangibile dalla Rivoluzione.
Di fronte a questa costante e immutabile inferiorità delle donne, la scrittrice Olympe de Gouges compose una “Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina”, in nome della parità di diritti tra uomo e donna. Pubblicato nel settembre 1791, il testo è un'imitazione critica della “Dichiarazione dei diritti dell'uomo” e affronta, non senza ironia, tutti quei diritti e quelle prerogative valide solo per l'uomo, che gli anni della rivoluzione non hanno saputo e voluto scalfire. Tutto discende dall'articolo 1 di questo scritto che afferma, in modo lapidario e diretto, che la donna nasce libera ed ha gli stessi diritti dell'uomo. L'articolo 10, altrettanto chiaro, risulterà tristemente profetico. Vi si legge infatti che, se la donna ha il diritto di salire sul patibolo, deve avere ugualmente il diritto di salire sulla Tribuna, a condizione che le sue manifestazioni non turbino l'ordine pubblico stabilito dalla legge.
Che gli uomini del tempo non la presero molto bene risulta evidente dalla fine che fecero fare alla povera Olympe. Le negarono la Tribuna, ma non le negarono il patibolo, a cui fu condannata il 2 novembre 1793. La ghigliottina fece l'ennesima vittima. Il percorso per l'affermazione dei diritti delle donne era, infatti, ancora lungo e accidentato.

domenica 25 marzo 2018

Libri - Classifiche e ultime uscite: una nuova avventura!





Nei giorni scorsi, ho aperto una nuova pagina Facebook "Libri - Classifiche e ultime uscite". In pochi giorni la pagina ha già riscosso un discreto interesse e risulta seguita da circa 300 persone.
Quali le ragioni, direte voi, di un'iniziativa di questo tipo?
Ogni giorno vengono pubblicate decine e decine di nuovi libri e ci si sente confusi e disorientati in questo "mare magnum" di pubblicazioni. Questo vale per tutti quelli che si occupano di libri, in modo professionale, amatoriale o per il semplice gusto della lettura.
Ho pensato, per questa ragione, di creare una pagina che fosse un collettore di quanto pubblicato dai singoli editori, cercando di avere un occhio di riguardo per gli editori maggiori, ma senza dimenticare gli editori minori e, perchè no, ogni tanto, anche i libri auto-pubblicati.
Come vengono scelti i libri da promuovere e presentare sulla pagina? Ovviamente cerco di dare spazio un po' a tutti, ma in parte mi affido anche ai gusti personali. Spero che la pagina vi possa interessare. Ecco un assaggio di alcune delle novità presentate in questi primi giorni. Seguitemi!! 






martedì 27 febbraio 2018

Il coraggio di pubblicare poesie, oggi




Chi legge poesie oggi? Pubblicare poesie è quasi un atto di coraggio. Il mondo letterario è dominato dal romanzo, amato dai lettori e prediletto dagli editori. Ci sono generi che fanno fatica a trovare il giusto spazio, e tra questi ci sono la poesia e il racconto. Eppure il gusto di leggere poesie andrebbe recuperato, ancor di più in una società iper-connessa come la nostra. 
Brevi riflessioni sul tema a margine della lettura della bella antologia di poesie di Francesco Casuscelli.


Ne parlo su L'Espresso (il link qui)

mercoledì 3 gennaio 2018

Tra leggenda e realtà: Nola e le "caselle"

Racconto di Rita Santini



Se mi appresto a scrivere, oggi, è perché vari amici di infanzia mi hanno pregato di farlo e io ben volentieri li accontento, sperando anch’io come loro di rivivere l’incanto di ciò che i nostri monti, con le loro meraviglie, suscitano nel nostro animo. Dove mi reco si potrebbe raggiungere anche in fuoristrada, ma preferisco andare a piedi per soffermarmi maggiormente e godere di ciò che la natura mi offre. Parto un giorno, sola, e dopo varie ore di cammino mi ritrovo su in alto sopra la macchia di Albareto e di Rovinaglia e poi su su fino al confine dei Due Santi. È incantevole l’ambiente, e mi invita alla preghiera, incontro fiori di straordinaria bellezza, farfalle di vari colori, animaletti veloci che mi attraversano la strada, mi sembrano puzzole o scoiattoli. In lontananza vedo un lupo, forse randagio, che al sentore dei miei passi fugge veloce, accompagnato dal canto di uccelli dai colori variopinti. Mi viene incontro un gruppo di cinghiali, rumorosi e paurosi, che scappano grufolando. Ci sono stupendi cavalli tranquilli che mangiano l’erba. È una gran bella giornata e di lassù il sole che spunta nel cielo è bellissimo e illumina tutto. Giù in basso c’è nebbia e si vedono lontanissime le case di Valdena. Qui sotto di me in una conca, dirimpetto a dove scorre il fiume Tarodine, vedo Nola. Un gruppetto di case di sasso col tetto coperto di paglia: ci passo accanto e mi sembra di udire ciò che ho sempre sentito da conoscenti e parenti ora quasi tutti passati a miglior vita. Odo sprazzi di discorsi, voci allegre di bimbi che giocano, e quell’odore di buon legno che bruciava nelle stufe a due buchi, e ardeva così caldo da seccare le castagne messe sull’essiccatoio che toccava quasi il sottotetto. Tutt’intorno mi par di udire ancora suonare le sonore campanelle attaccate al collo delle mucche pasciute che brucavan l’erba, guardate dai miei amici, i bimbi di allora, e ora uomini adulti che fanno lavori di prestigio, importanti, giù nelle città per la collettività. Se in tempo di guerra questi posti e questi monti sono stati un nascondiglio e rifugio sicuro dalla barbarie, per i nostri sfollati, ora sono diventati ricordo di pace e di gioia per tutti noi. Mi volto e mi appare una massaia sorridente che, sbucando all’improvviso da una porta sul retro, mi invita ad entrare per chiedermi un sacco di cose e parlare all’infinito di tutto ciò che è successo in quel periodo, e offrendomi tutto ciò che ha di buono in casa, così gentilmente che si offende persino se non lo accetto. Mi ridesto dal mio sogno ad occhi aperti e proseguo il mio cammino. Mi incammino su di un impervio sentiero, e mi trovo ad attraversare il “burrone”, mentre nel mio inconscio risento la voce di mia madre che racconta che questo era un luogo che, a quei tempi, prediligeva, per l’abbondante raccolta di deliziosi funghi porcini; ma una volta dovette lasciarli tutti lì, perché sopra la sua testa udì fischiare tanto forte qualcosa, ed ella intuì fosse una biscia o peggio ancora, una vipera, ma comunque qualcosa di non molto simpatico. 
Ella ebbe molta paura, e corse via più veloce di una freccia, per non voltarsi mai più indietro. Scendo e incontro ancora simpatici rustici: sono le Caselle di Rovinaglia. Sussistono ancora e diverse sono state recentemente restaurate, e fino a qualche anno fa, i valligiani di Rovinaglia venivano ad abitarci ancora, durante il periodo della raccolta dei funghi, che essiccavano sul posto e, dormendo qui, potevano essere i primi la mattina successiva a raccogliere le primizie fungine.

È stata un’escursione fantastica, per me che amo la natura e spero anche per voi. È stato un po’ rivedere le abitudini dei nostri avi che, con poco, sapientemente sapevano vivere, aiutandosi l’un l’altro quando erano nel bisogno e soprattutto pregando e affidandosi a Dio, a Maria e ai Santi. Questo si vede e si tocca con mano, incontrando molte Cappelline, lasciate a noi in eredità nei secoli, disseminate sui sentieri della montagna e vicino alle Caselle dei nostri paesani.

"Figli dello stesso fango", spaccato di un'epoca di vuoto esistenziale

Romanzo di Daniele Amitrano, pubblicato da 13 Lab Editore





“Figli dello stesso fango” di Daniele Amitrano (13lab editore) è un libro che ho finito di leggere da poco e che mi ha molto colpito, fin dalla copertina, molto cruda ma indicativa della vicenda narrata. Anche le prime battute del romanzo sono dure e lapidarie, e prendono le mosse da una telefonata tragica: “E' morto! Lo hanno trovato a terra nella stazione di Formia. Overdose di eroina”.
Quelle parole investono senza preavviso Andrea Amato, giornalista di successo a Milano, e lo fanno ritornare indietro nel tempo, quando era solo un ragazzo che lavorava allo stabilimento di Scauri, piccola località balneare del basso Lazio. Una pagina del passato, che si pensava chiusa per sempre, si riapre invece con forza. Prende le mosse da qui un lungo flash-back che ci riporta a dieci anni prima, al 1999. Amitrano rievoca le atmosfere di quel periodo, che gravitano intorno allo stabilimento di Scauri, dove Andrea lavora, la musica e le atmosfere di fine anni '90. Dalle pagine emerge un vero spaccato dell'epoca. Il racconto ci lascia anche pagine straordinariamente lievi e romantiche, come quelle della passione amorosa per la giovanissima Nancy. Un amore nascente, bellissimo, fatto di brevi uscite e approcci timidi, che rimane però irrisolto e non si concretizza, lasciando un bel po' di amaro in bocca. E poi c'è l'amicizia, la centralità della comitiva, sempre in cerca di divertimenti e svaghi per sfuggire dalla monotonia della vita di provincia. Il fascino dei ragazzi più grandi, dei veri duri, il mito della forza e del rispetto che questi incutono negli altri, l'uso delle sostanze stupefacenti. Una realtà fatta di divertimenti e rapporti malati, che alla fine lasciano un senso di vuoto sconfinato, di inutilità. Emblematiche sono, a questo proposito, le parole riferite ad uno di questi giovani, Erasmo, lasciato dalla fidanzato Dalila, ancora una volta delusa dai suoi comportamenti: “Guarda al di là del muro, verso il nulla. Un nulla che rispecchia un altro sabato sera uguale agli altri. Un nulla che raffigura perfettamente i suoi moti esistenziali e le sue lacune comunicative incolmabili”. Aurelio, detto Lampadina, Pietro, Erasmo, Massimo detto Max (capo dei bagnini) sono solo alcuni dei personaggi che si stagliano accanto al protagonista Andrea e tutti, per varie ragioni, sono calati perfettamente in questa realtà, in cui sono integrati e che sopportano, come se non esistesse alternativa. Tra gli amici, però, la figura di Giacomo, Jack, emerge prepotentemente. La descrizione dello scrittore lascia trapelare il dramma interiore che lo sconvolge, al di sotto dell'apparente mancanza di emozioni. Jack è bello, freddo e serio, dice Amitrano, “eppure il suo sguardo trapela grandi vuoti”. E poco oltre aggiunge “Non sembra mai particolarmente soddisfatto e felice, neanche mentre Vittoria lo bacia sul collo innamorata persa”.
Quanto Andrea risulti sconvolto dalla morte di Jack lo si capisce dal fatto che anche lui era parte di quella storia e avrebbe potuto fare, forse, la stessa fine, se non avesse trovato il coraggio e la forza di allontanarsi da quella realtà che lo stava ingabbiando. Quando Andrea inizierà le sue personali indagini per scoprire le ragioni della morte dell'amico, glielo confermerà Aurelio, Lampadina, che laggiù non era cambiato nulla e che lui non poteva capire: “E' facile parlare per te. Tu sei scappato lontano, ti sei sposato e fai il giornalista”.
Laggiù vigevano altre leggi, quelle della violenza e della sopraffazione.
Il finale, che ovviamente non vi rivelo, cambia tutte le carte in tavola e vi regala un effetto da straniamento degno del film “The others”. Non vi resta che leggere il libro!
Lo scrittore Daniele Amitrano, Maresciallo ordinario dell'esercito, due lauree, ha scritto anche due raccolte di poesie con cui ha vinto diversi premi letterari.



lunedì 1 gennaio 2018

Un serial killer sulle tracce dei protagonisti del libro "Cuore"




Ho già avuto modo, sulle pagine di questo blog, di trattare de "Le Storie", una serie di fumetti della Sergio Bonelli editore che, negli ultimi tempi, sta presentando ai lettori vari numeri incentrati su personaggi del mondo letterario. Agatha Christie, Isaac Asimov, Sherlock Holmes, sono solo alcuni dei grandi autori rivisti e riproposti, in un gioco piuttosto raffinato e divertente.
Oggi vi voglio parlare dell'ultimo numero, attualmente in edicola, che vede all'opera il famigerato Cesare Lombroso sulle tracce di un serial-killer "specializzato" nell'uccisione degli ex-protagonisti del libro "Cuore" di Edmondo de Amicis. 
Lo scienziato Cesare Lombroso, famoso per aver espresso delle teorie che correlavano la forma del cranio e la presenza di particolari caratteristiche anatomiche alla predisposizione alla delinquenza e al crimine, è il protagonista de "Il cuore di Lombroso". L'idea di un Lombroso nelle vesti di detective non è proprio originalissima, visto che è stata utilizzata anche da Gino Saladini nel libro "L'uccisore", di cui ho già parlato, però ha sempre il suo fascino. 
Peraltro Davide Barzi, sceneggiatore del fumetto, ci mostra uno scienziato che, via via, è il primo a dubitare delle sue strampalate teorie, e ne esce come una figura accattivante e di un certo spessore psicologico.
Che fossero teorie strampalate, e che se ne accorsero in parte anche i contemporanei, ce lo racconta bene Gianmaria Contro nell'introduzione al fumetto, allorchè ci racconta dell'autopsia fatta sul corpo dello stesso scienziato, da lui donato alla scienza. Secondo i parametri di quanto stabilito da Lombroso, anche il suo stesso cranio aveva i caratteri anatomici del "criminale". Questo dice tutto!
Nel fumetto, Lombroso è ancora vivo e vegeto, e va alla ricerca di un assassino che, per qualche ragione, è sulle tracce dei protagonisti del libro "Cuore" di De Amicis. 
Ritroviamo De Rossi, Franti, Garrone, Bottini e tanti altri. Li vediamo adulti, chi diventato scrittore, chi gendarme, chi finito in carcere, in un gioco appassionante per chi li ha conosciuti e amati nella pagine di De Amicis. C'è anche il maestro Perboni e la maestra Delcati, accomunati da un tragico destino. Non c'è dubbio che il libro "Cuore", pur con i suoi eccessi sentimentali e patriottici e talvolta la ricerca della lacrima facile, abbia rappresentato per la mia generazione uno dei primi libri letti in assoluto e mantenga un posto speciale nei ricordi. E' bello riviverlo anche attraverso le pagine di un fumetto. Ottimi i disegni di Francesco de Stena, soprattutto nel cogliere l'espressività dei volti.