Cadrò, sognando di volare: sulle orme di Marco Pantani
Gli ultimi anni della sua vita e il suo tracollo
personale e umano fanno ancora male.
E così, il libro di Genovesi rimaneva lì, ancora
chiuso.
Quando finalmente, una settimana fa, ho iniziato a
leggerlo, mi sono trovato catapultato in quegli anni e, devo dire, non sono più
riuscito a staccarmi dalle pagine.
Fabio Genovesi sa rievocare momenti e passaggi della
vita che tanti di noi hanno vissuto, riuscendo a farti immedesimare nel
narratore. Una scrittura chiara e diretta, uno stile immediato, che richiama il
parlato, ma è quasi un vezzo, per uno scrittore che sa scrivere e scrivere
bene.
La vicenda di Fabio, giovane obiettore di coscienza, è
quasi emblematica di una generazione di giovani universitari che, ogni anno,
dovevano convivere con la paura di dover partire per svolgere il servizio
militare. Sembra un secolo fa e i giovani di oggi, forse, non sanno neppure di
cosa si sta parlando, ma non superare un certo numero di esami significava
dover mollare tutto e partire. E' quello che accade a Fabio, che si trova
destinato a fare l'educatore, in teoria, ma invece viene impiegato come
portinaio in una casa di riposo per preti.
Si tratta di un ruolo tutt'altro che allettante, da
svolgersi in quello che ben presto sembra rivelarsi come un mondo parallelo,
anomalo, sulle colline dell'Appennino.
Qui si trova a dialogare con don Mauro, sacerdote
tuttofare con il vizio del bere, con una donna di servizio scontrosa e con sua
figlia che, affetta da problemi di disabilità, viene mantenuta dalla madre in
uno stato quasi animalesco. Che senso avrà la sua presenza lì? Forse è uno dei
trucchi della vita che vuole “spedirci in giro dove vuole lei, e mentre pieni
di passione cerchiamo qualcosa o qualcuno, finiamo sempre per trovare
qualcos'altro che non c'entra nulla e che noi non volevamo, però lo voleva la
vita”.
E così, Fabio si troverà a convivere anche con l'altro
protagonista, il direttore, don Basagni, un ex-missionario dal passato oscuro.
Sembrano mesi persi, inutili, in una parentesi che lo allontana dal suo futuro
lavoro in uno studio di avvocato. Quello è il suo destino. Ma è veramente
quello che vuole? A volte la vita ci porta lungo la strada sbagliata e poi ci
abbandona lì.
Il missionario racconterà a Fabio la propria
esperienza e squarcerà il velo che il ragazzo ha sugli occhi; quello che gli
impedisce di capire davvero qual è la sua strada: “Quel giorno ripensa a cosa
vuole dire, stare su una brandina, di notte tra le zanzare, dopo quarant'anni a
fare una cosa che magari è importante e tutto il resto, però te sai che non è la
cosa tua”.
Tra scontri verbali, litigi e minacce, i rapporti tra
i due non saranno affatto facili ma serviranno alla crescita personale di
entrambi, quasi come nei vecchi romanzi di formazione.
E Marco Pantani, direte voi? Siamo nel 1998 e Pantani,
mentre questa varia umanità cerca di trovare disperatamente la propria strada, sta
compiendo le proprie imprese. E' il suo anno d'oro e Fabio e don Basagni ne
seguono le vicende sportive.
Il Pirata è, per loro, come l'incarnazione di un sogno, ossia quello di un uomo comune, all'apparenza fragile, che si scontra con colossi dello sport, freddi calcolatori, che però non sanno fidarsi dell'istinto e mancano di quel coraggio di andare a vedere dove si trova il confine tra “il possibile e l'impossibile”.
D'altronde anche il Giro d'Italia è un po' una
metafora della vita: “Impastato di polvere e sudore, di sangue e di sputi, di
salite e strapiombi, pioggia e fango, pugni e grida, ossa rotte e denti
sciupati a forza di stringerli, di millimetri e migliaia di chilometri, di
frazioni di secondo e vite intere”.
(post apparso originalmente alcuni anni fa sul mio blog Letture social - L'Espresso)


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