lunedì 20 aprile 2020

Il magico potere del riordino da Marie Kondo a casa mia!


Recensione di Amore Moda e Fantasia



Quanti oggetti abbiamo in casa che ci sommergono, non sappiamo più neanche di averli, nascosti in qualche cassetto o in qualche angolo sperduto della soffitta, o del garage? Siamo sicuri che accumulare roba inutile ci serva veramente?
Noi siamo legati alle cose che ci ricordano quando eravamo bambini, il nostro primo regalo, il nostro primo amore, ma quanto ci servono davvero? Come facciamo a capire quando un oggetto che sia esso una foto, un documento, una maglietta è davvero indispensabile?
Quale stile dovrebbe avere la nostra vita?
La giovane trentacinquenne giapponese Marie Kondo, consulente domestica è l’autrice del bestseller internazionale “Il magico potere del riordino - Il metodo giapponese che trasforma i vostri spazi e la vostra vita”, di Vallardi Editore. Marie Kondo è nota in tutto il mondo per aver inventato il metodo KonMari, metodo di riordino della propria abitazione, o del proprio ufficio, al fine di renderci felici ritrovando la gioia interiore, utilizzando al meglio i nostri spazi. Di recente Marie Kondo è apparsa in televisione su Netflix in un programma di successo proprio sul riordino.
Lei entra nelle case della gente e cerca di aiutarla a sistemare le loro case e le loro vite.
In Giappone riordinare rappresenta una vera e propria cultura che si apprende naturalmente, da autodidatta. Il riordino si apprende con l’esperienza. Organizzare, pulire gli spazi quotidiani deve diventare un’abitudine. Il lavoro è lungo ma non deve scoraggiare, prima o poi bisogna iniziare e facciamolo subito, senza tappe, senza rimandare. Se c’è disordine in casa ci sarà anche disordine nella nostra vita. Bisogna evitare di diventare “accumulatori seriali”.
Riordinare si può, partendo dalle cose a cui siamo meno legati. Riordiniamo per categoria partendo da:
  1. Vestiti (nell’armadio, nei cassetti)
  2. Libri
  3. Documenti
  4. Foto, cose a cui siamo legati da ricordi o emozioni.
Per Marie esistono tre categorie di disordinati: quelli che non sanno liberarsi delle cose, quelli che non sanno dove metterle, ovvero quelli che oltre a non sapersi liberare delle cose non sanno dove metterle. Il 90% dei suoi clienti rientrano nell’ultima categoria. Tu in quale tipologia di disordine ti identifichi?
Se l’ambiente circostante non ci trasmette caos, anche noi trasmetteremo tranquillità.
Le cose che non servono, quelle che non indossiamo più, i libri che non leggeremo mai o che non abbiamo concluso sono da eliminare secondo Marie Kondo. Ma se le cose hanno per noi un significato, ci trasmettono emozioni anche a vederle, indipendentemente dalla loro utilità, allora ci servono, anche solo al nostro animo. Le cose ci devono piacere. È inutile conservare un pantalone vecchio o una maglietta priva di colore o forma per stare in casa, si può essere femminili anche in casa.
Solo eliminando il superfluo, potremo dedicarci a noi stessi e ai nostri cari. Se migliori la tua casa, il tuo lavoro, migliori anche la tua vita affettiva e magari trovi l’amore. Ogni cosa andrà a posto, trovandone la giusta collocazione. Piegare una maglietta, piegare un calzino diventa un’attività divertente con il metodo KonMari. 
In questo periodo di tempo ne abbiamo, iniziamo a riordinare partendo dagli armadi! GO! 
Buona lettura! Mi trovate anche su Amore Moda e Fantasia



sabato 11 aprile 2020

I due soldati (ovvero Pasqua di guerra)

Racconto di don Elio Sidoli


Ogni tanto mi piace proporvi un bel racconto di don Elio Sidoli, già parroco nella Val Vona di Borgotaro. A oltre 25 anni dalla morte, i suoi testi hanno ancora molto da dire. Il racconto che vi presentiamo oggi, "I due soldati (ovvero Pasqua di guerra)", ci sembra proprio richiamare quello che sta accadendo in questi giorni. Quella che stiamo vivendo è una Pasqua anomala, triste, addolorata dai tanti morti che questo virus tremendo sta mietendo nella nostra popolazione. E' una guerra anche questa, in un certo senso. Il racconto è tratto dal libro "I racconti di don Elio" (Ass. Emmanueli), una pubblicazione locale da tempo, purtroppo, esaurita. Buona lettura!


I due soldati (ovvero Pasqua di guerra)


E' il Sabato Santo dell'anno di grazia 1944. Anche quest'anno sarà una Pasqua di guerra. Anche quest'anno Cristo ripeterà la Sua Passione nelle carni straziate dei soldati che combattono ancora, in mezzo ai dispersi senza più guida e speranza, fra quelli che sono fuggiti ai monti e aspettano, soffrendo anch'essi, che il Calvario finisca. Cristo ripeterà la sua agonia anche tra il branco di soldati tedeschi, dai volti arcigni e impenetrabili, che occupano quasi tutte le case della mia parrocchia. É primavera e il pruno si è fatto fiore: domani Cristo risorgerà dai morti, ma è una Pasqua triste lo stesso: adesso sono i giorni del Calvario. La Pasqua verrà: ma quando, ci domandiamo tutti, quando? Ieri sera ho fatto la processione del Venerdì Santo. C'era poca gente: quei pochi che sono rimasti. Donne, vecchi, bambini. Di quelli che sono partiti e ai quali ho stretto la mano, quando sono passati a salutarmi, i più aspettano la Resurrezione sepolti sotto la neve nelle desolate steppe della immensa Russia o sotto le sabbie calde del deserto. Solo qualcuno è tornato. É arrivato di notte come un ladro e di notte è ripartito. Verso i monti: ancora la via del Calvario.
Alla processione di ieri sera erano in pochi e come oppressi da una immensa tristezza.
Il massaro della Chiesa che portava la grande Croce di noce massiccio con su inchiodato un Cristo bizantino che pareva racchiudere nel volto scarno e nelle membra distorte tutti i dolori e le sofferenze di quell'ora, procedeva adagio e pareva appunto l'uomo di Cirene, angariato e costretto a portare la Croce di Gesù. Anche i quattro vecchi che portavano il Cristo morto pareva avessero sulle spalle curve il peso di tutte le miserie e le sofferenze umane, tanto procedevano adagio, quasi di malavoglia, seguiti da poche donne in gramaglie. Abbiamo fatto il giro del paese deserto: abbiamo incontrato branchi di tedeschi, alcuni dei quali si addossavano ai muri e abbozzavano un mezzo saluto; altri, ubriachi, che schiamazzavano in compagnia di ragazzotte senza ideologie e senza morale. Una cerimonia mesta: senza canti, senza spari di mortaretti, triste come un funerale. La gente si è squagliata subito ed io sono rimasto solo nella mia piccola chiesa vuota, davanti al Cristo morto. Anch'io nella speranza della Pasqua.
Ora qualcuno tossiva dalla parte della sacrestia. Era un tossire debole e represso che appena riuscivo a percepire. Ero solo, ma non avevo paura. In quei giorni d'incertezza la paura era un lusso che non ci potevamo permettere. Mi avvicinai e capii subito che si trattava di uno di quelli che stavano ai monti: di quelli che i tedeschi chiamavano “banditi”, gli altri “patrioti”, e noi fratelli. A malapena, illuminata dai riflessi del lumino che bruciava davanti al Tabernacolo, ne potevo osservare la faccia barbuta e gli occhi luccicanti che spuntavano da sotto le sopracciglia cespugliose. “Vorrei confessarmi”, disse. “Domani è Pasqua, se ha un minuto di tempo... sarà una faccenda breve”.
Lo condussi nel campanile (fuori si sentiva il passo pesante e cadenzato della sentinella tedesca che passava e ripassava davanti al portone), si inginocchiò per terra e si confessò. Fece la Comunione e si inginocchiò nel coro con la testa tra le mani.
Aspettavo che si alzasse, quando m'accorsi che qualcuno picchiava contro il portone della chiesa. Era un bussare secco come fa un corpo metallico battuto contro un legno vecchio di millenni. Feci un segno all'uomo del coro che pareva non essersi accorto di nulla e questi scomparve nel campanile. Era un tedesco quello che picchiava contro la porta col calcio del fucile: un giovanotto biondo, con due occhi chiari come l'acqua, con il volto di bambino. Chiuse la porta in fretta, si guardò attorno e venne verso di me. Il soldato, ora, con l'elmetto in mano, mi chiedeva di confessarlo. “Domani è Pasqua”, disse il crucco, “io sono cattolico; ho visto il lume in chiesa e ho pensato che potevo confessarmi”.
Nella sua voce c'era una domanda umile ed incerta, come se temesse un rifiuto. Fu una cosa breve. Dal campanile, intanto, giungeva un tossire fioco e represso dell'altro, ma il tedesco pareva non se ne accorgesse. Andò in coro anche lui e stette parecchio tempo con la testa fra le mani e quando si alzò venne verso di me, dopo essersi aggiustato il fucile a tracolla. “Passi in casa”, dissi io, “prenderà qualche cosa”. Entrò, rimase in piedi finché non gli feci cenno di sedere. Ero passato a benedire le case e avevo delle uova. Nella madia avevo ancora una pagnotta di pane scuro. Misi sulla stufa un tegamino e mentre annegavo due uova nello strutto, mi accorsi che il tedesco mi guardava in modo strano. Mi fissava con uno sguardo triste, come se volesse dire qualche cosa. Ora il soldato si era alzato e veniva verso di me. “Padre, chiami anche l'altro: quello che è in chiesa. Ho visto il suo fucile nel coro e l'ho sentito tossire. Anche lui è un soldato e anche per lui domani è Pasqua”.
Osservavo i due uomini che mangiavano in silenzio quello che la mia miseria aveva preparato. Mangiavano adagio quasi per poter assaporare tutto il sapore del pane scuro che avevano davanti e che tagliavano a piccole fette. I fucili li avevano appoggiati vicini, contro il muro del camino. In aprile, alle quattro del mattino è giorno chiaro. Albeggiava. Ora osservavo il tedesco che colla mano raccoglieva le briciole sparse sulla tavola e se le rovesciava in bocca. Nel fiasco c'era ancora un poco di vino: ma poco. Il crucco prese il fiasco, riempì il bicchiere dell'uomo che gli stava di fronte ed il suo: a metà. Toccarono i bicchieri insieme e si alzarono.
“Buona fortuna”, disse il soldato all'uomo.
“Arrivederci” rispose l'altro. E si salutarono militarmente. Il tedesco uscì per primo: l'altro subito dopo. Mi affacciai sulla porta a vederli partire. L'uomo girò verso il monte e scomparve subito dietro una siepe. L'altro si incamminò verso il centro del paese, con un'andatura stracca ed un passo strascicato che stonava colla sua figura giovanile.












martedì 7 aprile 2020

Borgotaro e le belle tradizioni pasquali di una volta

A cura di Rita Santini




Ci stiamo avvicinando anche quest'anno alla Santa Pasqua, dove si ricorda la morte e Risurrezione di Gesù: è la festa più bella di tutto l'anno per noi battezzati che, credendo e mettendo tutta la nostra speranza in Gesù, ardentemente speriamo che anche noi risorgeremo. Certo, quest'anno sarà una Pasqua un po' triste, costretti a stare in casa per il rischio del contagio e nell'impossibilità di andare in chiesa per festeggiare in modo tradizionale.
Voltandoci indietro al tempo della nostra infanzia, vediamo come si festeggiava l'arrivo della Pasqua allora. Si cominciava il Giovedì Santo, come ora, con la preparazione del Santo Sepolcro.
A dire il vero si cominciava già due mesi prima, seminando in cantina il grano che poi, nascendo, si trasformava in erba bianca, da mettere nel Sepolcro, insieme ai fiori più belli che ogni famiglia portava in chiesa. 
C'era poi un'altra tradizione che si chiamava “battere Pilato”, cioè ci ritrovavamo in chiesa e, tutti d'accordo, facevamo un colossale baccano battendo i piedi e picchiando sui banchi, per protestare contro la decisione presa da Ponzio Pilato. 
Inoltre si saliva sul campanile e si legavano le campane, che rimanevano legate fino al sabato successivo, dopo di che venivano slegate al suono di una conchiglia gigante che, soffiandoci dentro, emanava un suono di tromba che rimbombava in lontananza, facendosi sentire da un paese all'altro. Tutti allora correvamo alla fontanella a lavarci gli occhi, perchè quando la campana della chiesa suonava, l'acqua diventava benedetta. Io, che abitavo l'ultima casa del paese, sentivo flebilmente il suono della campana e tutta la mattina l'attendevo, aguzzando l'udito per sentirla. Poi correvo velocissima a lavarmi gli occhi alla fontana, lontana più di 200 metri, perchè allora l'acqua potabile non era ancora giunta nelle case. 
Avvicinandosi alla Pasqua, si faceva un altro gioco molto simpatico con le uova di gallina (allora infatti anche le uova di cioccolato erano un tabù per noi, perchè costavano troppo, ma quando non c'è denaro ci si ingegna in un altro modo). Siccome, infatti, di uova di gallina ce n'erano in abbondanza, si veniva a Borgotaro e, con 5 o 10 lire, si comprava dai cartolai carta colorata e si coloravano le uova con la carta, messa nell'acqua a bollire. Così, mentre si solidificavano, si coloravano di rosso, arancione, blu e giallo. Il verde, invece, lo ottenevamo con erbe varie trovate nel campo. La domenica di Pasqua, dopo il vespro, nel piazzale della chiesa, noi bambini giocavamo con le uova sode a “dietro contro punta”, che consisteva nel battere le uova una contro l'altra e vinceva chi riusciva a non far rompere il proprio uovo. C'era un ragazzo che vinceva sempre, tra l'ammirazione e lo sdegno generale. Io ho sempre pensato che il trucco c'era, anche se non si vedeva. Molti anni sono passati da allora. Ora lui è tornato dall'estero, dove è andato a lavorare per tanti anni e mi ha confidato che il suo uovo l'aveva costruito da sé, ed era fatto di terra lerica, e poi pitturato. Pensandoci oggi, penso che era stato un piccolo genio a costruirlo, perchè l'uovo era molto simile ai nostri, e anche guardandolo da vicino nessuno se n'era mai accorto.
Il Venerdì Santo, quando le campane erano legate, usavano uno strumento che noi chiamavamo “sgrisula”, che era formato da una ruota dentata e un'assicella che, azionato con una manovella, emetteva un suono simile al gracidare delle rane. 
La sera poi del Venerdì Santo, come si fa ancora adesso, si portava in processione il Cristo Gesù morto, accompagnandolo con torce e belle luci lungo tutto il tragitto, e con fuochi d'artificio dai fiori fosforescenti, che in cielo disegnavano magnifici arabeschi. Pregando tutti insieme, attraversavamo il paese per ritornare in chiesa per la benedizione e il saluto, con il proposito di ritrovarci presto.

venerdì 20 marzo 2020

Essere felici controvento - la recensione di Amore moda e fantasia



Vi presento oggi una nuova bella recensione a cura della blogger di "Amore moda e fantasia" che, dal 2016, parla sul web di moda, tendenze, ricette, attività creative e tanto altro. La sua pagina Facebook è molto seguita ed ha quasi 2.000 iscritti. 
Il libro consigliato da Amore moda e fantasia è: "Essere felici controvento" di Rafael Santandreu. Lasciamo la parola a lei:


Essere felici controvento-Trasforma le avversità in occasioni di crescita con la psicologia cognitiva di Rafael Santandreu (psicoterapeuta catalano affermato, che si occupa soprattutto di psicologia cognitiva), tradotto da Marco Amerighi, Vallardi Editore. L’autore, attraverso lo studio dei casi dei suoi pazienti, ci dà risposte concrete.
L’autore in questo libro ci offre uno scenario completo, occupandosi di tutto ciò che ruota intorno alla nostra esistenza, dalle paure più recondite alle preoccupazioni più banali che a volte possono condizionare la nostra vita e il nostro modo di affrontare le varie situazioni.
La realtà non è sempre come appare, a volte basta un po’ di coraggio, eliminando i timori (derivanti da ansia, depressioni, ossessioni) e troviamo una forza cognitiva. Il benessere lo dobbiamo trovare in noi, è nella nostra testa; dobbiamo “camminare leggeri”, cioè rinunciare a tutto e apprezzare la vita così come viene, apprezzando anche le piccole cose, come: un sorriso, un tramonto, un fiore, una passeggiata, ascoltare la musica, avere una conversazione piacevole con qualcuno, l’arte. Questi passi sono i fondamenti della teoria cognitiva.
  

Le persone più forti sono quelle che riducono le proprie necessità. Potrebbero addirittura “essere felici in una discarica”, il che significa osservare le cose da un diverso punto di vista, senza lamentarsi, trovando il lato positivo anche nelle situazioni negative, trattandole con leggerezza, “riuscendo a trarre piacere da un piccolo evento triste o a farsi dare la carica da un momento di nervosismo”. “Possiamo fare cose meravigliose in qualunque situazione”. Solo l’amore e l’umiltà contano. La felicità risiede nella testa. Le persone felici, risultano più attraenti e tutti vogliono stare con loro. Se vivi una situazione difficile, magari immaginando di essere in un luogo bellissimo, lontano dal caos della vita di tutti i giorni, tutto si alleggerisce e si potrebbe riuscire a leggere anche un buon libro, mentre i figli corrono per casa, o c’è il rumore del traffico a tormentarci. Un libro completo che contiene riferimenti di Orazio, di Santa Teresa d’Avila, del poeta Juan Ramón Jimenez, del monaco buddhista Onitsura, della poetessa Tatsuko, di San Francesco d’Assisi, di Oscar Wilde, di Martin Luther King e tanti altri. 

In breve vi racconterò uno degli esempi citati nel libro che qui voglio condividere con voi, ponendo l’attenzione sul fatto che a volte la vita può essere vista da diversi punti di vista. È la storia di un padre poverissimo e di suo figlio che vivevano in un piccolo paesino della Cina. Possedevano solo un pezzo di terra e un cavallo. Un brutto giorno il cavallo scappò e rimasero senza aiuto per arare la terra. Tutti i loro vicini dispiaciuti andavano dal padre a consolarlo, ma lui diceva loro: “Come fate a sapere che è una disgrazia?”, lasciandoli increduli. Dopo una settimana il cavallo ritornò con una giumenta stupenda; quando lo seppero i vicini si congratularono con lui, ma il pover’uomo rispose loro: “Ma come fate a sapere che è una benedizione?”. In questo caso i vicini pensarono che fosse impazzito. Poco tempo dopo il figliolo volle addomesticare la giumenta ma senza risultato, anzi scalciando gli ruppe una gamba. Quando lo seppero i vicini preoccupati andarono dall’uomo a dimostrare la loro solidarietà e poi lui gli rispose: “Come fate a dire che è una disgrazia?”, lasciandoli senza parole. Quando il Giappone dichiarò guerra alla Cina, tutti i giovani dovettero partire per il fronte, anche quelli del paese e morirono tutti, tutti tranne il ragazzo che grazie all’incidente della giumenta non poté partire. Il ragazzo guarì e molte cose si sistemarono.

Dobbiamo accettare il mondo intero con tutti i suoi difetti, poiché nessuno è perfetto. Ognuno di noi nella sua complessità e imperfezione può essere meraviglioso. Impariamo a dialogare. Apprezziamo la compagnia degli altri, ma cerchiamo di star bene anche da soli. Accettiamo le opinioni altrui, non pretendendo di avere sempre ragione. Il nostro punto di vista è importante ma lo è anche quello degli altri. Dire sempre di sì è sbagliato, come lo è essere troppo esigenti e critici con noi stessi. Diamoci una possibilità, trattiamoci con comprensione e amore, prendiamoci cura di noi stessi.
Bisogna aprire la mente, la vita ci offre tante opportunità.





martedì 17 marzo 2020

Il segreto di Lucio Giunio Bruto, primo console della Repubblica romana


A distanza di qualche tempo, mi trovo a parlare ancora una volta di un bel libro delle Edizioni Spartaco. Si tratta de “Il segreto di Bruto” di Raffaele Alliegro, che è una piccola chicca per chi ama, come il sottoscritto, i romanzi storici e la storia romana in particolare. Il protagonista di questa storia è Lucio Giunio Bruto, antenato di quel Bruto passato alla storia per l'uccisione di Giulio Cesare.
La sua vicenda umana si colloca ai tempi del settimo e ultimo re di Roma, quel Tarquinio il Superbo che, fin dal nome, denotava la propria boriosità e il senso di superiorità che lo contraddistingueva. Un re estrusco che aveva corrotto, in un certo senso, quell'anima romana originaria, così onesta, primitiva e inflessibile, ma apparentemente destinata a soccombere. Accanto a lui la moglie Tullia, decisa e crudele, al punto da uccidere il suo stesso padre, Servio Tullio, il sesto re, pur di aprire la strada al trono a suo marito. Una gestione del potere, quella di Tarquinio e Tullia, tutta basata sul terrore, e su un piano che cercava di estromettere progressivamente dal potere i patrizi e, contemporaneamente, di sfruttare l'allenza dei popoli latini, destinati però al semplice ruolo di comprimari.
E' in questo scenario che si muove Lucio Giunio Bruto, da tutti considerato uno stupido, uno sciocco, quasi lo zimbello della corte. In realtà si trattava di un giovane forte, intelligente e capace di nascondere a lungo la sua vera natura, in attesa di cogliere il momento propizio per la sua vendetta. Tarquinio il Superbo aveva ucciso, infatti, suo padre e suo fratello, e sua madre era morta di crepacuore poco tempo dopo.
Tanto insignificante e innocuo, all'apparenza, da far compiere a Tarquinio un tragico errore di valutazione, quello di volerlo accogliere in casa sua, mal consigliato dal sacerdote Spurinna, che già aveva visto, nel fegato degli animali, il destino del giovane. 
E mentre i figli di Tarquinio lo canzonavano, Tullia gli assegnava un nome che, a dire suo, doveva designarlo e bollarlo nella sua inutilità: “Ci vuole un altro nome e io ho un'idea, so come si trattano quelli come lui. Non è intelligente, non ha grazia. Non ha il fascino di Sesto, né la forza di Arruente, né l'astuzia di Tito. È stupido, sporco e abbrutito dall'ignoranza come i contadini che lavorano per noi nell'ansa del Tevere. Lo chiameremo Bruto. Così non gli verranno strani pensieri per la testa”. “Nomen omen”, dicevano i latini, sottintendendo che nel nome è contenuto il nostro destino. Se avessero saputo cosa quel nome avrebbe significato nella storia di Roma, forse avrebbero sogghignato meno.
Seguiremo così le sue vicende nella guerra contro Gabii e contro Ardea, dove il Superbo rivelerà la sua capacità, a suo modo animalesca, di agire con l'inganno e l'astuzia, per raggiungere i suoi fini. Ma il destino dell'ultimo re di Roma era già segnato e la sua stella volgeva ormai verso il tramonto. L'aveva previsto anche la Pizia, l'oracolo di Delfi, che già vedeva il futuro della gloria romana e vedeva il ruolo centrale che Bruto avrebbe avuto in quel momento rivoluzionario. Il destino si servirà, per questo scopo, di Sesto, figlio di Tarquinio il Superbo, che usando violenza a Lucrezia, moglie di Lucio Tarquinio Collatino, darà modo ai fatti di giungere a compimento.
Il suicidio di Lucrezia scatenerà una tempesta difficile da placare.
La rivolta del popolo, aizzato da un emozionante discorso di Bruto, porterà al tramonto della stessa monarchia e all'istituzione della Repubblica romana.
Primi consoli saranno proprio Collatino e Bruto. Quest'ultimo sarà un console inflessibile, tanto da far giustiziare persino due dei suoi figli, rei di aver tramato contro la Res Publica. Bruto morirà infine in battaglia.
Il libro si conclude, idealmente, con l'uccisione di Giulio Cesare, anche lui, a suo modo, reo di aver tramato contro la Repubblica romana e ucciso da diversi congiurati tra cui un altro Bruto, Marco Giunio. Nomen omen, dicevamo precedentemente. Quando qualcuno tramava contro la Repubblica romana, appariva all'orizzonte un Bruto a cercare di riportare ordine. Trattare della morte di Cesare richiederebbe però una lunga argomentazione, e non è il caso di parlarne qui.
L'autore del libro è Raffaele Alliegro, caporedattore de “Il Messaggero” che, muovendosi all'interno dei cardini storici fissati da Tito Livio, Ab Urbe condita, costruisce un romanzo avvincente e verosimile, che fa divulgazione storica in modo intelligente ed avvincente.





venerdì 13 marzo 2020

I racconti di don Elio Sidoli: Il monaco vecchio


Un po' di tempo fa vi avevamo proposto un racconto di don Elio Sidoli, parroco nella Val Vona di Borgotaro. A oltre 25 anni dalla morte, ci piace ricordarlo con un altro dei suoi testi. Don Elio fu sacerdote, docente, intellettuale e scrittore. Il racconto che vi presentiamo oggi, "Il monaco vecchio", indulge un po' al macabro e al mistero, ma presenta anche interessanti riflessioni sul calo demografico delle nostre valli e sulla figura degli anziani nella nostra società. Riflessioni quanto mai attuali. E' tratto dal libro "I racconti di don Elio" (Ass. Emmanueli), una pubblicazione locale da tempo, purtroppo, esaurita. Buona lettura!

Il monaco vecchio

Me ne stavo seduto sul muretto basso della canonica e osservavo con curiosità uno scricciolo dai colori variopinti, rosso e blu, con striature di marrone, che dentro la siepe fitta di mantello verde cupo, cercava un rifugio per la notte. Saltellava qua e là con cinguettii brevi ed acuti e io speravo di vedere dove si sarebbe cacciato. Alzando la testa per accendere una “nazionale”, vidi con stupore, davanti a me, appoggiato al palo del telefono, un monaco: un vecchio frate dalla barba fluente e biancastra, col suo bravo saio marrone sporco e relativo cordone bianco. E un paio di sandali scalcagnati che denotavano la fatica di un lungo andare. “Buona sera, padre”, dissi alzandomi. “Buona sera, non l'ho visto arrivare, né ho sentito i suoi passi; è strano”.
“Molte cose sono strane nella vita, fratello” rispose lui, “molte. E poi non ha molta importanza se mi hai sentito o visto. Ora sono qui: ti do fastidio?”
“No, anzi vuoi entrare?”
“Grazie: si sta bene qui. La notte è imminente e la sera è quieta. Non senti questa brezza leggera che ti accarezza con la sua mano vellutata di fata? E che pace in questa notte incipiente! E' meglio che restiamo qui, non ti pare?”
Nel cielo si erano accese le prime stelle e i campi erano pieni di lucciole: l'aria odorava del profumo acre del fieno appena tagliato e lontano, da un casolare solitario, giungeva lamentoso e monotono l'abbaiare di un cane.
“Da dove vieni?” provai ad interrogare.
Fece un gesto molto vago con la mano diafana come per dire: da lontano, molto lontano!
“Ha fame? Vuole un boccone?”
“No, grazie”, rispose sorridendo, “noi siamo abituati al digiuno: è nella nostra regola, anche se ora non serve più. È fatta per altri, non per noi”.
Il suo viso era sorridente, ma era un sorriso triste che metteva voglia di piangere: la voce calma come la notte ormai calante. La sua sagoma perdeva i contorni ed io riuscivo solo, ormai, a vedere una macchia nera e lunga appoggiata al palo.
Del viso potevo solo intravedere gli occhi che brillavano come due tizzoni e mandavano una luce verdognola: uno strano alone attorno alla faccia scarna del monaco.
“Come mai da queste parti”, attaccai io, “e a quest'ora: presto sarà notte fonda!”
“Beh, è una questione di sentimento e di nostalgia, capisci? Ho vissuto tanto tempo da queste parti e stasera mi è venuta voglia di tornare a dare un'occhiata: non è che da dove sono io non si veda fino a qui, ma così, da vicino, è un'altra cosa. Molto più bella, credimi!”
“E dove è vissuto, se è lecito...?”
“Lassù: per molti anni. Se ti dicessi quanti tu non mi crederesti: in una piccola cella dai muri trasudanti umidità e muffa. Ma ci stavo bene, altro che se ci stavo bene!”
E la sua mano indicava la chiesetta di San Cristoforo, di cui si poteva, ora, distinguere solamente il campanile che si stagliava snello e svettante in quel cielo di un azzurro cupo, bello da impazzire.
“E cosa vuole, se mi consente”.
Cominciavo ad innervosirmi e confesso che anche la paura ormai mi offriva la sua scomoda compagnia.
“Niente, fratello, niente. Sono passato di casa in casa, come facevo un tempo: questuando. E l'ho fatto per anni e annorum. Ora tutto è più facile: ci sono strade agevoli, ben tenute, comode. Una volta, ai miei tempi voglio dire, solo sentieri e stradette piccole piene di ciottoli aguzzi.
Non ho più sentito il muggire dei buoi nelle stalle, ma solo il rumore assordante di quelle macchine infernali che voi chiamate trattori. I monti sono deserti e se vuoi fare quattro chiacchiere non trovi più nessuno: devi parlare con la tua ombra o con i ricordi del passato. Non ho più percepito il canto lento dei carbonari che erano tanto numerosi. Era così bello sentirli cantare quelle vecchie nenie che oggi non conoscete più.
Ca' Scapini, comune di Compiano
E quante case vuote ho trovato nella zona! Presto cadranno e buonanotte al secchio! È una tristezza grossa, ma che vuoi, è il progresso e non ci si può fare niente!
Ho visto i vecchi che sono ancora nelle rare case abbarbicate alle due sponde del vecchio canale. Son cambiati anch'essi, come tutto. Tu non puoi capire, fratello, cosa ho provato.
Non capiresti mai! Ai miei tempi non esistevano ricoveri, pensioni, case di riposo, assistenza sociale. La gente campava vecchia perchè viveva bene, e quando raccoglieva i poveri arnesi per il lungo viaggio dell'eternità, partiva serena e tranquilla: come se andasse a coltivare un altro podere. Erano poveri, ma felici.
Ora tutti hanno la pensione, non buona ma passabile almeno e vivono bene. Eppure sono soli e tristi: almeno così li ho trovati io. I figli sono partiti per lontane sponde e hanno fatto fortuna: mandano ai loro vecchi saluti e traveler's cheques, ma non amore. E i vecchi è di questo che hanno bisogno. Vivono di poco e tu lo sai bene: di ricordi, più che di pane. L'unica miseria che hanno veramente è la solitudine. Perchè, vedi, quando c'è amore, la miseria può sempre alleviare le strettezze della fame, anche con una crosta di pane: ti pare?”

“Fai discorsi difficili, frate”, dissi io, “roba di filosofia o di qualcosa del genere: sei istruito per la tua categoria! Quasi non ti capisco”.
“È comodo, fratello, non voler capire”, proseguì il monaco con voce sommessa, “molto comodo. Invece mi hai capito benissimo! Se, invece di startene qui ad osservare lo scricciolo, tu fossi andato dal tale (e qui mi fece il nome di un vecchio che abita in una vecchia bicocca mezzo diroccata in riva al torrentaccio) a tenergli un po' di compagnia, non ti pare che avresti fatto migliore uso del tuo tempo? Anzi del tempo semplicemente, che è di Dio e non tuo? Che ne dici? Oltre tutto hai una buona macchina e ti sarebbe costato poca fatica, vero?
Quel vecchio lassù, ora sta dormicchiando, disteso sulla panca dura di castagno selvatico e sta pensando. Tu gli avresti fatto un poco di compagnia: saresti stato per lui il Buon Samaritano: altro che scricciolo!”
Cominciavo ad innervosirmi perchè quel frate ficcanaso diceva la verità e mi alzai in piedi avanzando bel bello verso il monaco.
“Amico”, sbottai, “modera la tua predica e misura le parole: la pazienza ha un limite. Capisci, frate della malora?”
“Ti sei offeso?” interrogò lui, calmo come sempre.
“Bene, è meglio così. Chissà che quello che ti ho detto non serva a qualcosa: me lo auguro. Avrei ancora molte cose da dirti, ma vedo che sei insofferente e iroso per giunta! Prova a pensare se ho ragione o no: se ti riesce a pensare qualcosa con quella baracca che ti ritrovi sopra le spalle e che tu chiami cervello. Provaci fratello”.
Mi avventai furente contro il monaco vecchio e cercai di acciuffarlo alle spalle, ma le mie mani abbrancarono solo il palo venato e rinsecchito del telefono: nero anche lui come la notte.
Mentre mi guardavo attorno per rendermi conto della faccenda, strana e misteriosa per la verità, da su in alto, portato dal vento leggero, percepivo il ridacchiare soddisfatto del vecchio frate che si allontanava. Poi si affievolì lentamente fino a confondersi con il cri cri dei grilli che salutavano, a modo loro, la luna rossa spuntata dal crinale del monte che confina con il cielo.
Ora, tutte le sere, quando scendo sull'imbrunire, ritrovo il vecchio monaco appoggiato al terzo palo del telefono.
“Buona sera, amico” dico io, sporgendomi dal finestrino della vettura.
“Buona a te, fratello” risponde il frate sorridendo, “buona a te”.
Scendo pigiando forte sull'acceleratore e vado a dormire.
Ed è un sonno tranquillo, non funestato da incubi.





mercoledì 11 marzo 2020

Vecchie storie e leggende delle frazioni di Borgotaro

A cura di Rita Santini


Una cosa che mi ha fatto molto piacere in questo periodo di triste realtà, col presente incerto, in cui da ogni parte si parla di gravi malattie e di rischi per la salute di tutti, è stata la bella notizia che il mio scritto sui Mulini è stato molto apprezzato e gradito, e molti lo hanno letto con interesse. 
A me, personalmente, è stato chiesto di continuare a parlare di leggende e storie accadute in passato e di cose viste realmente da molte persone; cose piuttosto strane, che alcuni forse stenteranno a credere. Mi ha raccontato, ad esempio, Maria Rita di Valdena che, quando lei aveva circa 15 anni, andò un giorno a San Vincenzo a trovare sua nonna, in località Caminà. Era verso sera. Sua madre la lasciò a San Vincenzo e disse che tornava a casa a Valdena. La ragazza guardò verso Valdena e vide, là dove ora si trova una grossa frana, delle luci vivissime e tremolanti, che si muovevano avanti e indietro. 
Allora Maria Rita chiamò la nonna e le chiese: “La mamma è già arrivata di là, e mi fa segno con la pila”. Ma la madre, che era partito da pochi istanti, rispose: “Ma che dici mai Maria Rita? Io sono ancora qua!”. Allora le due donne chiamarono anche la nonna e tutte e tre videro quelle luci ballare sul fianco della montagna. Maria Rita oggi sostiene che, secondo lei, si trattava di fuochi fatui. Sempre lei ci racconta che allora, di notte, tanta gente vedeva luci che sembravano “processioni” che andavano avanti e indietro. Molti fecero così celebrare Santissime Messe, perchè pensavano che fossero i morti che tornavano perchè avevano bisogno di preghiere di suffragio. Oggi lei mi dice che queste luci e queste “processioni” possono essere anche fenomeni naturali correlati alle frane che, per ben tre volte, hanno devastato quel versante della montagna; in particolare a gas sprigionatosi dal sottosuolo. 
Un altro amico, che non vuole essere nominato, ci racconta che anche nelle vicinanze della frana di Pontolo, ha visto quelle luci muoversi in processione e, dopo essersi avvicinato, gli parve di udire bisbigliare, come se fossero persone che pregavano sottovoce. 
La stessa persona ci ha raccontato di aver visto un cane bianco che lo ha accompagnato per un tratto di strada, per poi scomparire. Un fatto analogo mi è stato raccontato già molti anni fa, da alcuni ragazzi di allora, che mi raccontarono a loro volta di essere stati accompagnati da un grosso cane bianco, ma loro, credendolo un cane qualsiasi, neanche ci badarono, dato che non li molestava. 

Però poi, dopo un tratto, quando si girarono per cercarlo, non lo trovarono più. Un altro fatto alquanto strano mi è stato raccontato da un uomo buono, onesto e lavoratore, ormai defunto che, mentre si recava a una sua casella, nel primo mattino ebbe una visione: vide una bellissima donna, di bianco vestita, venirgli incontro. L'uomo si scansò educatamente per lasciarla passare, ma si accorse che i piedi della donna non toccavano terra, perchè non facevano nessun rumore sulle foglie secche. Lui pensò che fosse la Madonna, o sua madre, che non aveva mai conosciuto, perchè era morta quando aveva solo tre anni. Così piccolo, poiché suo padre era stato richiamato alla guerra, aveva aiutato a crescere un fratellino ancora più piccolo di lui.

Un'altra persona, il signor Giorgio, oggi residente in San Rocco, mi ha raccontato che quando era bambino, e abitava a Pieve di Campi, a lui faceva molta impressione una strada che chiamavano la strada dei morti. In seguito, ha scoperto che si chiamava così solo perchè lì anticamente venivano seppelliti i morti. Sempre a Pieve di Campi, continua Giorgio, c'è una strada strana che la gente chiama la Strada del melo, dove molta gente racconta di aver visto l'ombra di una persona che, quando ci si avvicina per parlargli, sparisce nel nulla. Inoltre, conclude Giorgio, nei cimiteri, a seguito dei fenomeni legati alla decomposizione dei morti, si vedono spesso fiammelle, che poi svaniscono.

Un altro fatto alquanto strano è accaduto a mia madre, che era molto devota della Madonna; alcuni anni prima di morire, volle regalare una bella tovaglia da mettere davanti alla Maestà dell'Immacolata Concezione, sita in località Rovinaglia, e proprietà della famiglia Beccarelli. Una delle notti successive, la sua camera fu illuminata da una bianca luce splendente. Ella mi disse: “forse la Madonna ha gradito il mio dono, e dal cielo mi ha mandato un raggio della sua luce”.