sabato 28 settembre 2013

"Mostri Normali" di Luca Ponzi, gialli italiani irrisolti

La presentazione del libro a Borgotaro (PR). Foto di Valerio Agitati.
E' un libro agile, gradevole, “Mostri Normali”. Scritto con un linguaggio chiaro, diretto, immediato. 
L'autore è Luca Ponzi., fidentino, giornalista professionista. Dopo aver lavorato alla “Gazzetta di Parma”, attualmente lavora alla Rai. Ha seguito, nel corso della sua carriera, alcune tra le vicende di cronaca più importanti degli ultimi anni, dal crac Parmalat al sequestro e omicidio del piccolo Tommaso Onofri. 

lunedì 23 settembre 2013

Sant'Antonino martire: storia controversa di una reliquia




Le notizie su Sant’Antonino martire, cui è dedicata la chiesa parrocchiale di Borgotaro (PR), sono poche e confuse. Secondo la tradizione, Antonino sarebbe nato a Piacenza nell’anno 270 dopo Cristo. Non tutte le fonti, però, concordano su questo dato. Alcuni, infatti, ritengono che il santo sia nato ad Apamea, in Siria.
Giovane di stirpe nobile, Antonino era cresciuto nel benessere. Ben presto, tuttavia, decise di vivere secondo gli insegnamenti del Vangelo.

Ancora giovane, intraprese un viaggio in Terra Santa e, mentre si trovava laggiù, venne a sapere che, in Egitto, si trovavano gli “apostolici soldati” della Legione Tebea, una formazione militare romana interamente composta da cristiani e guidata da Maurizio, un valoroso condottiero. Intenzionato a conoscerli, Antonino si recò in Egitto e rimase affascinato dalla virtù e dalla profonda fede cristiana di quei soldati.

Ben presto, egli chiese di essere arruolato nella Legione, e la sua richiesta venne accettata. I legionari, quando erano liberi dagli impegni militari, si dedicavano anima e corpo alla predicazione del Vangelo. I due imperatori dell’epoca, Diocleziano e Massimiano, venuti a conoscenza della cosa, decisero di prendere urgenti provvedimenti. Avrebbero obbligato quei soldati a convertirsi al paganesimo, a qualunque costo. Convocarono perciò i legionari in Italia, dicendo che avevano bisogno del loro aiuto per sedare una sommossa. I soldati, fedeli all’Impero quanto al Vangelo, partirono senza esitare. Imbarcatisi ad Alessandria d’Egitto, essi giunsero ben presto a Roma, dove vennero rincuorati da papa Marcellino, che li spronò a proseguire nella loro opera apostolica. Frattanto, l’imperatore Massimiano li invitava a raggiungere la Francia, dove li stava aspettando. Non appena giunti, egli cercò ripetutamente di costringere i legionari ad adorare gli dei, ma non riuscì nel suo intento. Furente, Massimiano ordinò lo sterminio completo della Legione. La vicenda di Antonino, a questo punto, si fa confusa. Non è chiaro, infatti, in che modo il santo scampi al massacro. Fatto sta che Antonino, e pochi altri, sopravvivono. In seguito ritroviamo il santo a Piacenza, dove prosegue la sua opera di evangelizzazione. La sua attività provoca sempre più le ire dei funzionari imperiali, che decidono, infine, di ucciderlo. Il 4 luglio 303, a Travo, nei pressi del fiume Trebbia, Antonino viene da essi fermato e selvaggiamente picchiato. Poiché, nonostante le feroci percosse, egli non intendeva abiurare la fede cristiana, i suoi aguzzini lo decapitarono. Il suo corpo mutilato venne gettato nel fiume Trebbia. La leggenda narra che il sangue del martire si congelò sopra le onde, e fu raccolto da due angeli, che lo deposero sopra una barchetta, assieme al capo. Gli angeli guidarono la barca verso la città, fino alla casa di Festo, un amico di Antonino. L’uomo, avvertito in sogno, recuperò gli altri resti del martire e li seppellì sotto la propria casa. Le sante reliquie rimasero lì finchè il vescovo Savino non le ritrovò e le fece trasportare nell’attuale Basilica di Sant’Antonino a Piacenza, che ancora oggi le conserva.
Dunque, come detto, le reliquie di Sant’Antonino sono conservate a Piacenza. Ma chi è dunque quel Sant’Antonino che è sepolto nella chiesa parrocchiale di Borgotaro? Nella nostra chiesa, infatti, presso l’altare del Sacro Cuore si trova una scritta in latino che sembra non lasciare dubbi: “Corpus S. Antonini Martyris hic quiescit”(il corpo di Sant’Antonino martire riposa qui). 
 La vicenda è stata trattata in modo approfondito da Giacomo Bernardi nel libro Borgotaro: qualcosa che conosco (Parma, Mup Editore, 2005). Bernardi sottolinea che il corpo presente nella chiesa di Borgotaro è senz’altro quello di un martire, come testimoniato da alcuni documenti dell’800. Come risolvere l’enigma? Esistono due corpi di Sant’Antonino? Evidentemente si tratta di due diversi martiri, che avevano lo stesso nome. Lasciamo la parola a Bernardi: “Sapete quanti martiri, oltre il nostro, portano il nome di Antonino? Almeno otto. Tutti martiri e santi. Il rebus, quindi, potrebbe avere una soluzione. A Piacenza si conserva il corpo di quello che è detto “San Antonino di Piacenza”; a Borgotaro, invece, è giunta un’urna con le spoglie di un San Antonino, martire e santo, ma non “di Piacenza”.

A chi appartiene dunque il corpo presente sotto l'altare del Sacro Cuore nella chiesa di Sant'Antonino di Borgotaro? Alcuni esperti hanno sostenuto trattarsi di un martire proveniente dalle catacombe romane. 
Tutto questo, comunque, non ci deve per forza far pensare ad eventuali falsificazioni storiche nel contesto di un possibile commercio delle reliquie. Molto più semplicemente, la verità storica è, in taluni casi, difficilmente raggiungibile per mancanza di documenti e di prove attendibili. 
                                                                                          Massimo Beccarelli

venerdì 20 settembre 2013

"Elvira, la modella di Modigliani” di Carlo Valentini



Oggi vi voglio parlare di un libro che ho letto qualche tempo fa e che mi ha fortemente colpito. Si tratta di "Elvira, la modella di Modigliani" di Carlo Valentini. 
Valentini è un giornalista professionista, che attualmente lavora alla Rai. In precedenza ha collaborato ad altri importanti quotidiani e riviste (Il Giorno, Il Resto del Carlino, Panorama, Europeo, Italia Oggi, Milano Finanza). É laureato in Sociologia all'università di Trento. Tra gli altri suoi libri: “Il blob-blob della seconda repubblica” (premio Bordighera), “La mia Italia”, “La coppia in amore”. Ha tenuto lezioni di giornalismo all'università di Bologna e pubblicato numerosi contributi sul mondo dell'informazione tra i quali “il rapporto tra lettore e giornale analizzato attraverso le lettere al direttore”.


“Elvira, la modella di Modigliani” è ambientato a Parigi, nel primo novecento: Montmartre e Montparnasse, le Moulin Rouge, i bistrot, i grand cafè. É l'epoca delle grandi avanguardie artistiche e poetiche. La città è un grande polo d'attrazione.

A Parigi approda anche Elvira, giovane in fuga da una vita di stenti e prostituzione. Un modesto lavoro al Cafè de l'Ermitage, “le feste bohemienne, con questi strani pittori che venivano da tutta Europa, parlavano di Cubismo, Futurismo, Manierismo”. Elvira trova casa nei pressi del Bateau Lavoir, luogo mitico dell'arte parigina dell'epoca. Al Chat Noir incontra Amedeo Modigliani, italiano arrivato da Livorno; e da questo momento è il pittore Modigliani l'assoluto protagonista del libro. Pian piano ne comprendiamo l'indole, le convinzioni: “Sono individualista nell'arte ma non nella vita, non riesco a vivere senza una donna, mi cibo di donne e di colori”. Uomo affascinante, dall'abbigliamento curato, di un'eleganza trasandata e studiata.


Massimo Beccarelli e Carlo Valentini (Foto Agitati)
Un uomo dall'aria aristocratica pur nella miseria, sempre rasato di fresco, profumato, una sola camicia, ma lavata ogni sera. Elvira ben presto poserà per lui e diverrà la sua amante. Elvira è un po' l'alter ego di Amedeo. Scrive Valentini: “pronta all'avventura, assetata di conoscere, amante della vita senza pudori, gioiosa anche nelle avversità”. Sarà un legame intenso ma passeggero: “Non mi puoi imprigionare” dirà Amedeo a Elvira “mi faresti morire”. Seguiamo così, tra le pagine del libro, l'intera parabola della vita di Modigliani, le sue tante amanti, i suoi problemi di salute, l'abuso di assenzio, acquavite, rum e hashish. Vengono alla mente le poesie di Baudelaire, i paradisi artificiali prodotti dall'uso di droghe. Modigliani sembra il prototipo dell'artista maledetto. É un intellettuale che conosce a memoria i libri di Dante, che legge Freud, Nietzsche, Bergson e poi, soprattutto, è un grande artista, straordinario pittore, ritrattista e scultore, pronto a sacrificare anche la vita per la sua opera. Non vuole abbandonare Parigi, il cui clima però ne danneggia gravemente la salute. Si legge nel libro: “Qui a Livorno riacquisto le forze, ma a Parigi proprio i tormenti mi stimolano al lavoro”. Fin da allora la sua sorte era segnata, ma quello era il suo destino... ed egli ci si abbandona totalmente. Neppure l'affetto per l'amata Jeanne lo potrà salvare. Un romanzo biografico, dunque, ben documentato, che segue da vicino la vita di Modigliani senza tralasciare di essere avvincente, come solo un romanzo può essere.
                                                                                                        Massimo Beccarelli

martedì 17 settembre 2013

Orsanti: Dal successo dei circhi equestri al declino...


Mario Previ, La partenza degli orsanti, olio sotto vetro, cm. 60x40 

Nel precedente articolo abbiamo parlato degli Orsanti e delle caratteristiche dei loro spettacoli. Voglio ora raccontare come, col passare degli anni, alcuni conduttori di compagnie, i più audaci, i più coraggiosi, ampliarono i loro gruppi, acquistando un sempre maggior numero di animali e coinvolgendo molte altre persone, fino a costituire dei veri e propri circhi equestri. I più famosi della zona di Bedonia (PR) furono i circhi gestiti dalle famiglie Cappellini, Volpi, Chiappari e Bernabò.
Antonio Cappellini, attivo in Spagna, cessa l’attività alla fine dell’ottocento e Giovanni Volpi, attivo in Inghilterra, liquida il proprio circo prima del 1910. Un altro circo bedoniese era quello di proprietà di un certo Chiappari, a tutti noto col soprannome di “Balletto” (castagna cotta). Un aneddoto, legato al Chiappari, è rimasto famoso in alta Val Taro. Mentre costui si trovava in Russia, una magnifica muta di cani levrieri, di proprietà dello Zar, si ammalò e non voleva più mangiare nulla: ”Balletto” interpellato come esperto veterinario, acconsentì a guarirli e in capo ad una settimana li presentò allo Zar sani e ubbidienti, tanto che coglievano al volo divorandole anche le cipolle che a loro venivano lanciate. La cura era stata fatta con un salutare digiuno di sola acqua e una disinfezione generale “interna ed esterna” a base di zolfo.
Ancora più importante di quella di Cappellini, Volpi e Chiappari, fu l’attività della famiglia Bernabò. 
I Bernabò, prima con Paolo di Giuseppe e soprattutto con il Cavaliere Antonio, detto Bin, girarono le città di mezza Europa, da Atene alla Spagna, dalla Tunisia all’Algeria. Nel 1844, ad esempio, Paolo di Giuseppe partecipò alle celebrazioni per la Costituzione greca.

Il massimo della carriera lo raggiunse però Antonio Bernabò che era arrivato a possedere un circo con 80 animali, 50 dipendenti, acrobati, ballerine. In quegli anni, sul finire dell’ottocento, dava spettacoli in tutta Europa, specialmente nei Balcani e nella Russia meridionale. Una raccolta di manifesti d’epoca testimoniano la sua presenza a Parigi per l’Expo Universelle, a Mosca ospite degli Zar.
A Costantinopoli dette uno stupendo spettacolo alla corte del Sultano che ne rimase entusiasta, e gli comprò seduta stante tutto il circo, non prima di averlo premiato con la nomina a Cavaliere e con una vistosa medaglia ricordo. L’epopea dei circhi dei Bernabò non era però ancora destinata a concludersi. Troppo grande era la passione per quel mestiere girovago: Con i soldi ricavati, Antonio comprò un altro circo più grande, continuando a dare spettacoli fino allo scoppio della prima guerra mondiale, che lo sorprese mentre si trovava a Sarajevo. Fu costretto a vendere tutto e a tornare in patria.. Allo scoppio della prima guerra mondiale, infatti, il fenomeno dell’emigrazione girovaga si avviò ad un triste e rapido declino. Anche i proprietari dei circhi più grandi furono costretti ad arrendersi. Molti interruppero l'attività sperando di riprenderla in tempi migliori, che però non vennero più.

Peraltro i tempi erano cambiati, l’epoca d’oro degli Orsanti era ormai un ricordo. Altri divertimenti, come il Cinema, da poco nato, attiravano le folle, e gli spettacoli dei nostri girovaghi interessavano sempre meno.Ciò non significa che il fenomeno degli Orsanti fosse del tutto concluso. 
Va ricordato, a questo proposito, il caso di Giuseppe Granelli detto “Bossetta” o anche “mangiau dall’orso”, perché aveva il corpo segnato da vecchie cicatrici. Costui ancora nel 1940 girava con un orso spelacchiato, un cavallo ammaestrato che tirava il carro, una scimmia e alcuni cani sapienti e mentre la moglie si occupava di offerte, lui, “il domatore”, faceva esibire il suo mini-zoo sulla pubblica piazza intervallando il tutto con marcettine di armonica-musette. Erano gli ultimi bagliori di un fuoco ormai spento da tempo.

Massimo Beccarelli

Le notizie riportate sono tratte dai libri di Giuliano Mortali, “Dizionario storico dei cognomi dell'alta valtaro e valceno” (2005), di Ferruccio Ferrari “Mito, tradizione e storia. Alta valtaro e valceno” (Tipolitografia Benedettina, Parma, 1983), di Marco Porcella "Con arte e con inganno" (Genova, Sagep, 1998) e di Mortali-Truffelli “Per procacciarsi il vitto.L’emigrazione dalle valli del Taro e del Ceno dall’ancien règime al Regno d’Italia" (http://www.diabasis.it/catalogo/collane/parma-e-il-suo-territorio/per-procacciarsi-il-vitto)


domenica 15 settembre 2013

Gli Orsanti, artisti girovaghi della Valtaro






Spesso, nelle Alte Valli del Taro e del Ceno, si sente parlare di artisti girovaghi chiamati Orsanti. Gli Orsanti, ma tutti i girovaghi valtaresi in generale, erano in origine semplici contadini, che impararono, non si sa bene né quando né come, ad addestrare animali per farli lavorare negli spettacoli. Così, vagavano per l'Italia e all'estero con orsi, scimmie e cammelli ammaestrati. E' fenomeno antico, che raggiunge però il suo apice nell'Ottocento. Gli orsanti si presentano in genere organizzati in piccoli gruppi, detti compagnie. Spesso si tratta di poche persone, provenienti dallo stesso paese o da frazioni limitrofe. Molti sono originari del paesino di Cavignaga, vicino a Bedonia (PR).

Si ha notizia di compagnie a conduzione “famigliare” o composte esclusivamente da persone legate da legami di parentela. La compagnia comprendeva anche, ovviamente, un certo numero di animali, tutti ammaestrati e idonei allo spettacolo. Non bisogna pensare, tuttavia, che le compagnie si mantenessero solo con i proventi ricavati dall’esibizione dei propri animali. Ci sono testimonianze che attestano che, mentre alcuni curavano queste esibizioni, altri, magari occasionalmente, “vendevano bottoni, filo da cucire, saponette, polvere di inchiostro, pettini ed immaginette sacre”. Svolgevano, cioè, anche il mestiere del mersà (del merciaio). Ma torniamo alla compagnia e agli animali che la componevano. Questi potevano essere i più vari.

Si andava dagli animali più comuni, come i cani, le capre e i cavalli, tutti però addestrati a compiere giochi di abilità, fino alle scimmie, gli orsi, i cammelli. Costruire una compagnia non era cosa semplice. L’acquisto degli animali, in particolare dell’orso, richiedeva un elevato esborso di denaro. L’addestramento dell’animale poteva durare a lungo e non sempre andava a buon fine, specie se l’animale era di indole ribelle. Una volta costituita una compagnia, gli Orsanti percorrevano l’Europa su uno o più carri. L’ingresso in una nuova città era preceduto da un banditore, membro della compagnia, che ne preannunciava l’arrivo. Questi attirava l’attenzione suonando un tamburo e esprimendosi in un linguaggio che fosse il più possibile comprensibile al popolo. E' probabile che, abituati a viaggiare, i girovaghi valtaresi fossero praticamente “poliglotti”. Per quanto riguarda le mete preferite dei nostri girovaghi, possiamo ricordare la Francia, la Germania, l’impero austro-ungarico, ma anche l’Africa settentrionale, il Medio-oriente, la Russia. Dovunque essi giungevano, comunque, venivano accolti festosamente. I loro spettacoli riscuotevano grande successo.

È difficile descrivere uno spettacolo-tipo. Comunque, tra i “numeri” più famosi, e di sicuro effetto, vi era, ad esempio, il ballo dell’orso. L’orso, le cui fauci erano prudentemente serrate con una museruola, veniva condotto in scena da un ammaestratore, e lì avanzava reggendosi sulle zampe posteriori ed appoggiandosi ad un bastone. Al suono di una musica particolare, poi, ballava goffamente, saltellando sulle zampe e scuotendo un tamburello o dei campanelli. Un altro “numero” molto applaudito era la lotta con l’orso. L’abilità dell’uomo stava nel soccombere, in apparenza, agli assalti del plantigrade, prima di sconfiggerlo alla fine di un’aspra contesa. Lo spettacolo, ovviamente, era rigorosamente “truccato”: per sconfiggere l’orso, infatti, bastava solleticarlo in alcuni punti sensibili del corpo. L’orso era senza dubbio la principale, ma non certo l’unica, attrattiva dello spettacolo. Si potevano ammirare anche animali “matematici”, cavalli “astrologi”. C’era, infatti, il cavallo che sapeva contare con lo zoccolo anteriore, o sapeva riconoscere, tra i presenti, “il maggior bevitore, il capo del villaggio, la donna più bella”; la capra agilissima che saltava a quattro zampe sul collo di una damigiana. I cani e le scimmiette, “vestiti con divise dai colori vivaci e dai bottoni d’oro, oppure con tutù e cappellini alla moda” svolgevano altri giochi. Il cammello fa arrampicare i ragazzi e fa fare loro un giro della piazza. Al termine dello spettacolo i domatori facevano passare “un bambino o un cane con in bocca un piattino a raccogliere le offerte”.
Col passare degli anni, alcuni conduttori di compagnie, i più audaci, i più coraggiosi, ampliarono i loro gruppi, acquistando un sempre maggior numero di animali e coinvolgendo molte altre persone, fino a costituire dei veri e propri circhi equestri. I più famosi della zona di Bedonia furono i circhi gestiti dalle famiglie Cappellini, Volpi, Chiappari e Bernabò. 


Massimo Beccarelli



Le notizie riportate in questo articolo sono in larga parte tratte dal libro “Con arte e con inganno. L'emigrazione girovaga nell'Appennino ligure-emiliano” di Marco Porcella (Genova, Sagep, 1998).

Chi fosse interessato, può leggere anche il libro "Orsanti" di Arturo Curà (http://www.booksprintedizioni.it/libro/Racconto/orsanti)
oppure visitare il "Museo degli Orsanti" che si trova a Compiano (PR) (http://wmuseogliorsanti.it/ )

lunedì 9 settembre 2013

Quegli hashtag culturali che "durano" nel tempo...












Non è la prima volta che, sulle pagine di questo blog,  si parla dell'utilizzo degli hashtag su twitter. Abbiamo sostenuto, e lo sosteniamo tuttora, che possano essere utilissimi per diffondere e condividere cultura sui social network. Negli ultimi tempi siamo stati testimoni di un cambiamento.
Abituati a trovare tra gli argomenti più popolari i soliti e onnipresenti cantanti, attori, politici, ci siamo stupiti nel trovare più volte tra i Trending Topics (cioè tra gli argomenti che fanno tendenza) hashtag di carattere culturale, come #classicidaleggere (di mia invenzione) o #primalettura (idea dell'Agenzia letteraria "Sul Romanzo"), per fare solo alcuni esempi. Altrettanto stupore desta in me, ormai da qualche mese, l'interesse sollevato dall'hashtag #iversicheamo (da me lanciato a giugno), che continua ad essere frequentato e utilizzato da molte persone. E' questo l'aspetto che volevo mettere in luce, quello della "durata". Di solito twitter "brucia" gli argomenti di tendenza nel giro di pochi giorni, se non di una giornata. Gli utenti discutono animatamente di un fatto di attualità, scrivono migliaia di tweet, ma ben presto quell'argomento è dimenticato e si passa ad un altro, e così via. Hashtag come #iversicheamo, #twitart, #scritturebrevi, esistono da tempo e, pur non movimentando un numero così consistente di tweet al giorno, si confermano nel tempo, diventando dei veri punti di riferimento per chi cerca la cultura su Twitter. E' interessante anche il fatto che si creano, così, delle vere biblioteche virtuali, a cui l'utente può accedere, e dove può trovare gli argomenti di suo interesse: poesie, opere d'arte, consigli di lettura oppure aforismi, frasi, detti famosi (nel nuovo hashtag #liberidicitare).
                                                                                            Massimo Beccarelli

sabato 7 settembre 2013

Don Amadio Armani, sacerdote e poeta dialettale




E' passato più di mezzo secolo dalla sua morte, avvenuta il 25 settembre 1960, ma è ancora ricordato con grande affetto.  Sto parlando di don Amadio Armani, sacerdote molto amato dalla popolazione di Borgotaro e famoso poeta dialettale. Al momento della morte, aveva 75 anni. Si legge su “Voce del Taro” del 30 ottobre 1960: “Nato a Borgotaro […] mons. Armani era assai noto per il suo fare faceto e bonario e per la sua grande umiltà che risaltava soprattutto allorchè si prodigava nel fare il bene. Chi lo ha conosciuto da vicino, sa qual fosse il suo grande cuore e come ebbe sempre come primo ideale della sua vita sacerdotale il far del bene senza riserve”. 

Borgotarese di nascita, don Amadio aveva svolto il suo servizio sacerdotale per lungo tempo lontano dal suo paese di origine. Si legge poco oltre: “Solo quando le fatiche ebbero consunto la sua forte fibra, a malincuore lasciò la sua parrocchia di S. Sepolcro di Piacenza, ove aveva lavorato intensamente per 29 anni, cedendola per la prosecuzione del ministero apostolico ai Sacerdoti Salesiani”. E così, si era ritirato nella sua Borgotaro, “che Egli tanto amò e che tante volte, per la sua «verve» poetica dialettale descrisse nelle persone, negli usi e nelle tradizioni”. Le sue poesie più belle furono in seguito raccolte nel libro “la fizunumia dal Burgu”, ormai purtroppo esaurito, e che sarebbe opportuno ristampare in nuova edizione. In quegli anni, colse tanti aspetti caratteristici dei borgotaresi, come lo stretto legame che li unisce, il saper gioire delle gioie dell’altro, ma anche il saper piangere insieme nelle occasioni luttuose e nelle sofferenze che costellano la vita di ognuno. A questo proposito, don Armadio scrisse: “gh’è tra niètri una bèla cadèina ch’ha n’tegna int’un grüpu ligà, un dulur’, una festa d’voin, a s’ sèinta p’r tütu ar Cumoin”. Per i suoi versi, don Amadio è notissimo al Borgo ancora oggi, e le sue poesie in dialetto burg’zan si ascoltano spesso negli spettacoli dei bambini al Teatro Farnese, o vengono lette e recitate in varie altre occasioni. Sono ormai entrate nel bagaglio culturale e tradizionale del nostro paese, tanto che a volte l’autore non viene neppure citato.
Ma altre cose vanno dette a proposito di don Amadio. Non tutti sanno, ad esempio, che, nel corso della Prima Guerra Mondiale, egli fu anche un fedele servitore della patria: “fu compagno di trincea ed amico dell’eroico Enrico Toti, di cui conservava gelosamente una rara foto”. Il romano Enrico Toti, bersagliere, amputato di una gamba, fu protagonista di un episodio memorabile, che gli valse poi la medaglia d’oro al valor militare: ferito a morte, scagliò la stampella contro il nemico. La vicenda, nota a intere generazioni di studenti del passato, è oggi, purtroppo, raramente menzionata nelle aule scolastiche.


Don Amadio, infine, fu molto attento anche all’educazione dei giovani e, prima di abbandonare la parrocchia di San Sepolcro di Piacenza, dove aveva svolto il suo ministero per ben 29 anni, volle lasciare ai suoi parrocchiani un ultimo “regalo”. Si legge sempre in “Voce del Taro”: “Con grandi sacrifici aveva acquistato locali e terreno per la costruzione di un oratorio per la gioventù” che fu poi completato con “l’intervento dell’Autorità Diocesana”.
                                                                                                                              
Massimo Beccarelli